20 apr 2015

Concorso Fritlex: Le prime immagini dei premi e dei vincitori

Durante la Bologna Children Book Fair, abbiamo consegnato alcuni dei premi del nostro concorso in collaborazione con Fritlex e New Visual.
Molti dei presenti al ritrovo hanno ammirato i bellissimi premi, anche perché quest'anno la BCBF era davvero caratterizzata da una massiva presenza di borse personalizzate (forse il primo strumento di promozione che salta all'occhio? Sicuramente c'è da pensarci su.)


Il nostro primo classificato Fabio Mancini con la sua meravigliosa borsa personalizzata:





La nostra seconda classificata Laura Sighinolfi,raggiante con la sua nuova borsa da sfoggiare in fiera:




La bellissima borsa della terza vincitrice del nostro concorso, Jole Falcone.



Molto presto anche gli orologi sagomati di New Visual arriveranno ai nostri tre bravissimi illustratori.


Ma non è finita qui!
Incuriosita dal processo di lavorazione delle borse (anche io ho una borsa Fritlex, e anche un portapennelli!) e degli orologi ho chiesto agli artigiani di  Fritlex e New Design di rispondere ad una mini intervista.
Andrò a spiare nei dietro le quinte di un laboratorio che personalizza artigianalamente questi stuzzicanti supporti. Non vedo l'ora di leggere le loro risposte... Mi ha sempre affascinato il processo di stampa, e non solo quello legato alla produzione editoriale.
Restate sintonizzati e buon lunedì!


Pagina Facebook Fritlex Design
Pagina Facebook New Visual

06 apr 2015

Non un addio, ma nuove direzioni: le mie dimissioni dall'associazione culturale RDD

Per me è difficile scrivere questo post.
Ci sono tante cose che si affollano nella mia testa.
Servono solo a chiarire il più possibile la situazione a chi mi legge, a chi c'è, a chi partecipa, a chi frequenta, da cinque anni a questa parte il mio blog.
Quello che mi appresto a dire quindi, non riguarda solo chi ha una tessera di Roba da Disegnatori ma tutti voi che costituite la pagina e il blog con la vostra partecipazione.



Molte avventure iniziano e molte finiscono. E' la vita, uno ci prova, si butta e non sa cosa succederà: spera per il meglio, incrocia le dita e inizia.
In questo modo come la migliore delle avventure è cominciata l'associazione culturale che ora porta il nome di Roba da Disegnatori, il 27 gennaio 2014.
Dallo scorso 2 aprile 2015 decorrono le mie dimissioni come segretario e tesoriere e quindi come membro del direttivo. I miei soci al direttivo hanno ricevuto la mia raccomandata circa una settimana prima.
Chi mi conosce sa che non sono un'impulsiva. Prendo le mie decisioni lentamente, ponderando, valutando. E per questo poi non torno indietro quasi mai sulle mie scelte.
Dietro il termine "dimissioni irrevocabili" su quella raccomandata, un'espressione in "legalese" che poco mi rispecchia c'è appunto questo, una decisione maturata lentamente e in modo inesorabile. Mi fa male, ma a volte le cose più giuste da fare sono quelle che fanno soffrire, per poi potere stare meglio.
Sono serena perché sento di avere fatto la cosa più giusta per me stessa e per i miei collaboratori.

Collaboratori che hanno fatto un ottimo lavoro durante questo anno di scambio, di condivisione, di iniziativa, di energie, di idee ed iniziative e che hanno tutta la mia gratitudine per la loro precisione, per la loro passione e la voglia di fare.
Non tornerei indietro: ogni cosa che succede è una lezione preziosa.
Ciascuno di noi ha un metodo di lavoro e una propria personalità ed è sacrosanto che sia così: a volte sono sinergici, altre volte no.
Altre volte qualcuno deve fare marcia indietro e io l'ho fatto per permettere all'associazione di perseguire i suoi progetti, a cui non mi trovo più a mio agio a lavorare.





Sono profondamente in pace con me stessa e nel dare le mie dimissioni non nutro rancori o risentimenti verso nessuno, vorrei tranquillizzare anche chi ha ricevuto l'email di Alessandra e di Edoardo (non mia) negli scorsi giorni circa questo importantissimo aspetto perché alcuni di voi mi hanno contattata un po' allarmati. Vi ringrazio di cuore, va tutto bene, sto bene, è un momento di transizione, di tempesta, ma è una tempesta necessaria perché vadano a delinearsi nuovi sentieri e nuovi cartelli direzionali. Per me che vado e per chi resta, ognuno per la sua personalissima nuova avventura.





Fatta chiarezza su questo, ci sono delle cose molto importanti a livello pratico, da sapere da qui in poi:
  • Roba da Disegnatori continua ad esistere così come lo conoscete e sarò io ad occuparmene seppure con preziosi aiuti esterni com'è sempre stato. Ci sono grossi cambiamenti a cui sto lavorando per il blog, per la pagina e per i loro contenuti. E' tanto che sono in fermento e ora sto dando una forma a tutto questo, anche se lentamente com'è naturale che sia. Ci vorrà un po', soprattutto dopo questa scossa di assestamento necessaria nella mia vita professionale e personale.
  • Desidero rendere noto che, unicamente come tutela legale per un lavoro che amo e a cui tengo molto, ho depositato come marchio registrato Roba da Disegnatori e il suo logo presso l'Ufficio Brevetti tramite un intellectual property.
    Questo non significa che RDD è diventato qualcosa di commerciale: volevo semplicemente evitare che qualcuno in un futuro anteriore lo potesse fare e magari al posto mio e senza il mio consenso, snaturando quello che costituisce. Sono sicura che in questo momento non esisteva il rischio, ma sono un tipo prudente.
    Concretamente, non cambia nulla per chi segue i post. Ecco già che ci sono, ci tengo a precisare che non sono previsti post pubblicitari o collaborazioni commerciali in questa direzione. Come dicevo, il deposito del marchio è stata solo una precauzione, e non so in cosa si tradurrà in futuro (il primo deposito del marchio dura dieci anni: chi può sapere dove sarò in un senso o nell'altro?).
    Volevo però che si sapesse per trasparenza e per chiarire un punto davvero cruciale di questo comunicato, che segue.
  • L'associazione culturale infatti continua ad esistere senza la mia partecipazione, con lo splendido lavoro di Edoardo Velli, di Alessandra Fusi e del futuro segretario che stanno per eleggere e che prenderà il mio posto. Con le sue attività, i corsi e le iniziative.
    Per quanto detto al punto due però, e per non creare grande confusione (chi c'è e chi non c'è nell'associazione), cambierà denominazione.
    Perciò, a decorrere dal 1 Luglio 2015, blog/sito/pagina saranno del tutto divisi in attività dall'associazione, che porterà un altro nome. A proposito, Edoardo e Alessandra hanno indetto un piccolo concorso per trovare tutti assieme un nuovo nome per le loro attività. Vi va di partecipare?

  • Le fasi di transizione non sono mai qualcosa di semplice, qualunque cosa investano.
    Per questo, fino al 30 giugno 2015 i corsi organizzati da Alessandra Fusi porteranno il nome e il logo di Roba da Disegnatori anche se al direttivo non sarò presente. E' una concessione che mi sono sentita di fare in nome di una collaborazione vincente durata più di un anno. Mi sembrava il minimo.
  • La casella info@robadadisegnatori.it sarà tenuta dal nuovo segretario ed organizzatore che lavorerà con Alessandra ed Edoardo alle iniziative. Quindi non sarò più io (Morena Forza) a rispondere, sebbene ne avrò la supervisione perchè casella di un marchio di cui sono responsabile. Lo stesso vale per il sito e il dominio. So che sono tecnicismi, che potrebbero sembrare noiosi ma voglio che tutto sia trasparente e corretto verso chi mi segue e ci segue.

  • Infine, anche se credo di aver spiegato in modo abbastanza approfondito ciò che ha fatto maturare la mia scelta di continuare per un'avventura che fosse solo mia, ci tengo a dire che le dimissioni costituiscono un'azione (a livello pratico e anche giuridico) assolutamente personale. Questo significa che comunicazioni o risposte in merito sono di mia esclusiva competenza: non ho delegato nessuno a rispondere per me. Io resto a completa disposizione di soci e lettori per chiarimenti o dubbi inerenti questa mia decisione che come ribadisco si è sviluppata nella più completa serenità.
Del resto non ho nessun dubbio che sia io che l'associazione faremo cose meravigliose anche se d'ora in poi separate nell'interesse di tutti.

Grazie di cuore al direttivo, ai soci, ai corsisti, del sostegno e dell'affetto che ho sempre percepito in questi anni e in questi mesi.
Grazie perché siete non gli spettatori ma i protagonisti di questa avventura!


Morena Forza

04 apr 2015

Intervista a Damiano Bellino, illustratore e insegnante



Io e Damiano Bellino, illustratore e insegnante di illustrazione, ci siamo conosciuti in occasione della Bologna Children Book Fair qualche giorno fa.
Dal momento che Damiano ha aperto una scuola di illustrazione ho voluto curiosare sul perché e sul come di un doppio mestiere molto affascinante. Buona lettura!



Ciao Damiano, mi racconti da quanto tempo ti occupi di illustrazione e a
cosa hai lavorato?


Ho iniziato nel 1998, terminato il Liceo Artistico e ricordo ancora bene la prima volta che
misi piede alla Fiera del Libro di Bologna: avevo uno zaino enorme sulle spalle e tenevo
stretta sotto il braccio una tela ad acrilico, “professionalmente” avvolta in un foglio di
giornale! Fortunatamente, in quella Fiera incontrai un illustratore che segnò la mia
formazione e che ricordo ancora con molto affetto, Arcadio Lobato, a cui devo molte delle
cose che ho imparato sia nel campo dell'illustrazione che dell'insegnamento.
Capii col tempo che, se volevo fare bene questo mestiere, avrei dovuto imparare molte
cose: disegnare bene era soltanto una di queste.

Ebbi lʼoccasione di capire molti aspetti della professione lavorando.
Il primo progetto serio mi fu commissionato dal Consiglio Regionale del Veneto, la cui
richiesta era quella di realizzare un libro illustrato destinato alle scuole. Ne uscì un
cofanetto contenente tre volumi illustrati di cui curai tutto: testi, illustrazioni e grafica e che
venne poi pubblicato da Kite Edizioni. Grazie a quel progetto ebbi l'occasione di conoscere
molti aspetti tecnici del mestiere: come eseguire la stesura del testo, come eseguire le
illustrazioni tenendo conto della tempistica da rispettare, come impaginare graficamente
un libro, cosʼè un briefing con lʼequipe di lavoro, nonché che cosa significa visionare
lʼavviamento della stampa in una tipografia.
Fu grazie a quel progetto che seguirono le collaborazioni con Lapis, Coccole Books e
alcune riviste, per terminare con la pubblicazione di un mio racconto dall'altra parte del
mondo, a Taiwan, grazie a Grimm Press Publishing.


Quando hai deciso che l'illustrazione sarebbe stata la tua strada?


Beh, disegnare e dipingere erano già una passione quandʼero piccolo, poi i problemi
arrivano quando cresci e devi fare delle scelte.
Dopo il Liceo Artistico, si faceva più concreto il desiderio di diventare un illustratore
professionista, ma la strada da percorrere era totalmente avvolta nella nebbia.
La vera decisione, molto più cosciente, avvenne poco dopo la laurea, quando mi ritrovai di
fronte ad una scelta difficile: se tenermi stretto un contratto a tempo indeterminato come
educatore oppure intraprendere la strada ben più incerta e precaria verso il mestiere di
illustratore.
Lʼho vissuta come un vero e proprio salto nel buio, anche perché allʼepoca avevo da poco
trovato una casa in affitto e dovevo pagare le bollette.
Non fu certamente una cosa semplice, ma di certo fu molto formativa.






Com'è nata l'idea di aprire una scuola?


Credo che questa idea possa essere nata quando, da bambino, ascoltavo i discorsi che
mio padre e mio zio facevano sugli artisti, su Leonardo da Vinci e sulle botteghe del
Rinascimento.
Gli stessi argomenti che più tardi sentii raccontare da Arcadio Lobato e che ebbi poi modo
di approfondire alla facoltà di Scienze della Formazione (facoltà universitaria in cui, ci
tengo a precisare, capitai dopo aver frequentato una settimana ad Ingegneria
Informatica…)
Allʼuniversità, quindi, ho avuto lʼopportunità di studiare materie che si sono rivelate
preziose per il mio lavoro, sia di autore che di insegnante: pedagogia, psicologia
dellʼapprendimento, didattica, storia della scuola, percezione visiva, letteratura infantile…
Tutto questo mi ha permesso di costruire unʼidea di scuola dedicata alla formazione di un
illustratore. Gli studi teorici e lʼesperienza pratica di corsi rivolti a varie fasce dʼetà, dai
bambini agli anziani, mi hanno permesso di definire un metodo di insegnamento
soggettivo, che tenga conto dellʼallievo stesso. Eʼ una didattica che parte dal presupposto
che ogni allievo è diverso e che è quindi fondamentale valutare inizialmente quali sono le
abilità da rinforzare e quali le lacune da colmare: lʼunico modo affinché un potenziale
illustratore possa far maturare un proprio stile personale.
Il primo sintomo evidente di
questo tipo di didattica è che ogni allievo sviluppa un proprio modo di disegnare e di
illustrare e si limita di molto lʼimprinting troppo marcato da parte del maestro, quando cioè
gli allievi adottano uno stile che è la copia quasi fedele del loro insegnante. Questo è un
aspetto che spesso si rivela nocivo.




Quale tipo di corsi preferisci portare nel programma della tua offerta
formativa?


I corsi che a mio avviso sono indispensabili per la formazione di un professionista delle arti
visive, sono i corsi di disegno dal vero. Per questo motivo dedico molto spazio
allʼinsegnamento dello studio della realtà allʼinterno dei miei corsi di illustrazione.
Daqualche mese sono partite anche le sessioni di disegno dal vero con la modella e adesso,
con l'arrivo della bella stagione, ci prepariamo per le lezioni “en plein air” dove si disegna e
dipinge ad acquerello nel verde dei parchi o tra i palazzi storici di qualche città.


Cosa ritieni più bello nel mestiere di illustratore?

Beh, credo che la cosa più bella sia immaginare.
Questo mestiere mi da la possibilità di fantasticare sulle cose che mi stanno intorno.
Il fatto di inventare storie e personaggi sia con la scrittura che con i disegni, mi permette di
puntare lo sguardo su quegli aspetti della vita reale per me più curiosi e interessanti.
Guardare la vita poi, sotto la lente dellʼironia e della poesia, è la cosa che mi piace fare di
più.





E cosa vedi più difficile nell'illustrare per lavoro?

Le cose difficili, come in tutte le cose della vita, sono varie.
Una delle cose più difficili per me, è stato (e a volte lo è ancora…) conciliare la poesia con
la fretta
. Due elementi completamente opposti.
Per avere uno sguardo poetico o ironico sul mondo serve lentezza: la velocità a cui ci
chiedono di andare non è una velocità che può permetterci di meditare o ragionare
efficacemente sulle cose.
Lʼesperienza mi ha portato a capire come essere veloce nellʼesecuzione delle illustrazioni
e dei testi, senza rovinare quellʼaspetto meditativo che fa parte del mestiere di chi gioca
con le emozioni. Non è stato facile, e non credo di potermi definire ancora un esperto.
Il mercato ha fretta di offrire al pubblico delle emozioni: è un rompicapo con cui fare i conti.
E credo che ognuno trovi una sua strategia, in base a ciò che è e a ciò che sa fare.



Ci vediamo a Padova alla Scuola di Illustrazione di Damiano Bellino per parlare di committenza, di termini specifici legati al mestiere, di come funziona una commissione, di come si affrontano modifiche e proposte da parte di un cliente e delle situazioni che si possono vivere da illustratore professionista.
Dietro le quinte di una commissione editoriale o pubblicitaria.
Dal portfolio alla gestione della committenza, passando per il proprio stile e la propria crescita stilistica.
Simulazione di un brief da parte di un committente, modifiche comprese.


Con Damiano abbiamo pensato ad un breve incontro e workshop di un giorno a Noventa Padovana il prossimo 19 aprile.
Parleremo di commissione, storyboard e gestione del cliente.
Se siete curiosi, contattatelo a: damianobellinoscuola@gmail.com


26 mar 2015

"Tutte le ossessioni di Victor" Intervista agli autori Davide Calì e Squaz





La cover di "Tutte le ossessioni di Victor" edito da Diabolo Edizioni


"Un personaggio che farebbe la fortuna di qualsiasi psicoanalista!"

Questa è la descrizione più immediata di Victor, il protagonista di "Tutte le ossessioni di Victor", la prima graphic novel scritta da Davide Calì e disegnata da Squaz, che ho avuto il piacere di leggere ultimamente in uscita lo scorso 9 marzo nelle librerie e fumetterie.
Ho intervistato sia autore che disegnatore e, come sempre, è affascinante catturare degli spunti per capire i dietro le quinte di un prodotto editoriale e allo stesso tempo riflettere sul proprio lavoro notando analogie e differenze tra il proprio metodo e quello di altri autori.
Spero possa essere di ispirazione anche a voi: buona lettura!


Davide Calì

Tempo fa avevamo parlato del fatto che ti sarebbe piaciuto pubblicare delle storie anche in un ambito diverso da quello del mercato degli albi per l'infanzia.
Devo dire che sono molto sorpresa non del fatto che tu ci sia riuscito, ma del risultato finale: se non ci fosse stato scritto il tuo nome in copertina non avrei mai creduto che "Tutte le ossessioni di Victor" fosse una storia scritta da te.
Era molto tempo che storia e sceneggiatura erano pronte?

Ho iniziato a scrivere i primi episodi della bizzarra biografia di Victor una quindicina di anni fa. Solo in anni recenti il progetto ha preso poi la sua forma attuale, un po’ più romanzata.


Dai, ti faccio una domanda che probabilmente ti avranno fatto o ti faranno in molti: quanto è autobiografica questa storia? Sei tu Victor?
Ah ah! Sì, suppongo che a molti verrà da chiederlo. Del resto è proprio questo il gioco di Victor: indovinate dove sono! Scherzi a parte, in ogni cosa che scrivo c’è una parte diciamo reale e una di fiction. Credo che faccia parte del lavoro dello scrittore raccontare un po’ sé stesso, mescolando le proprie esperienze a quelle rubacchiate al prossimo e all’invenzione pura.



Molte delle sequenze della graphic novel sono cariche di ironia. Quanto rappresenta per te l'ironia come strumento di espressione? Sei uno di quegli autori che evita di far prendere troppo sul serio sé stesso e i propri personaggi all'interno delle storie che racconta?

Non so dire che genere di autore sono. E’ una riflessione che lascio fare agli altri, primo perché forse non mi interessa farla, secondo perché penso sia giusto così. Non mi piace molto chi si presenta e ti dice cosa devi pensare di lui. So di amare cose molto diverse come lettore e spettatore, per cui quando scrivo, mi piace fare cose anche molto diverse tra di loro. Credo che si possa dire che l’ironia faccia parte del mio lavoro, ma non me ne rendo conto più di tanto. Non riesco ad avere una visione di insieme di quello che faccio. Penso sia più facile farlo con uno sguardo esterno.


Mi ha colpito molto il modo in cui sei riuscito ad incrociare umorismo, lutto ed imbarazzo nella scena del funerale della compagna di classe di Victor. L'ho trovata profondamente umana, così vera da creare un certo imbarazzo in chi legge. Credo che tutti prima o poi ci siamo trovati al funerale di qualcuno e non stavamo pensando alla sua morte; E’ una di quelle cose che nessuno osa dire. Credi che la scelta di inserire un concetto così scomodo sia coraggioso o piuttosto provocatorio?

Non so. Non ho fatto calcoli di questo tipo. Mi sono posto qualche problema a un certo punto, ho pensato di essere andato troppo oltre, che qualcuno potesse sentirsi offeso dal personaggio di Victor. Riccardo, l’editore di Diabolò, mi ha invece detto che non voleva toccare nulla.
Anche lui ha trovato Victor molto umano. Del resto come dici tu, è umano, sei a un funerale per salutare qualcuno che non c’è più e ti cade l’occhio su un bel culo e pensi: “Beh, dai, una cosa positiva nella giornata l’ho vista.”



I capelli nella pizza. I capelli nella pizza! Non ci dormirò mai più la notte essendo super sensibile all'argomento "capelli nel cibo".
"Sono passati dieci anni da quando ci siamo lasciati eppure, ancora oggi, la prima cosa che faccio quando mi arriva la pizza Ë controllare che non ci siano capelli."

Ah ah! Scusa rido, ma ho letto già alcune recensioni che di Victor dicono essere capace di risvegliare ossessioni sopite. Non so se esserne contento! Certe volte sono uscito dal cinema irritato dai personaggi del film e ho pensato: che brutto film! Poi ragionandoci ho capito che invece era un bel film e che i personaggi mi avevano irritato perché molto veri.
Detto questo, occhio alla pizza!


Quando hai pensato alle ossessioni di Victor ti sei preso del tempo per studiare alcune delle ossessioni riscontrabili nella popolazione terrestre? Insomma, quanta ricerca psicologica (anche se magari non a livello scientifico ma puramente di ispirazione) c'è dietro ad una graphic novel sulle ossessioni?

No, diciamo che non mi sono messo a tavolino, come magari ho fatto altre volte, per studiare un tema. Gli episodi sono venuti fuori da soli a un certo punto, semplicemente osservando le persone.


Come mai hai pensato proprio a Squaz per disegnare la tua sceneggiatura?

Avevo letto Pandemonio, un fumetto scritto da Morozzi e mi era piaciuto il modo di lavorare di Squaz. Anziché una sceneggiatura classica Morozzi gli aveva passato semplicemente dei racconti e Squaz ne aveva ricavato un fumetto bellissimo.
Dopo averlo letto mi sono reso subito conto che lui avrebbe potuto fare Victor.

La cover di "Pandemonio" di G. Morozzi e Squaz edito da Fernandel

Hai pensato la storia per un mercato oppure hai scritto prima un libro che avresti voluto leggere tu stesso senza porti il problema della vendibilità e del "poi"?

Quando ho iniziato a scrivere Victor non mi ponevo ancora problemi di mercato. Alla fine ne è venuto fuori un prodotto che in qualche modo si è incanalato da solo in un certo mercato.
Diabolò lo pubblicherà anche in francese e spagnolo e mi ha chiesto a questo proposito alcuni adattamenti. I nomi di persona per esempio saranno tradotti. Questa è l’unica cosa che abbiamo fatto seguendo un certo opportunismo commerciale.


Hai in progetto altri prodotti editoriali di questo tipo?

Sì, parecchi. La scorsa estate ho scritto soprattutto fumetti. In generale sto scrivendo meno album ultimamente. Ho vari progetti sul genere e anche graphic novel più all’americana nel genere Vertigo. Una cosa che vorrei fare è cominciare al più presto un nuovo progetto con Squaz. Quel ragazzo ha le manine d’oro!


Ora che anche il tassello "pubblicazione per adulti" è stato aggiunto ai tuoi successi, mi chiedo se ci sono ancora altri Davide che aspettano di venire fuori. Quale genere di libro è impossibile che tu scriva in futuro e quale invece ti piacerebbe pubblicare, se non è una domanda troppo indiscreta?

Impossibile, non so. Forse qualche cosa di relativo alla Bibbia. Una cosa che poi non mi piace, per esempio, è quando gli autori riscrivono i classici di Esopo e li firmano. Vogli dire, Esopo è stramorto, ma la storia l’ha scritta lui. A meno che tu non ne faccia una parodia non hai il diritto di firmarla, mettendo il suo nome in piccolo come se fosse secondario.
Cose che mi piacerebbe scrivere? Difficile dirlo. Le storie mi vengono così, non è che io cerchi nulla. Tra i tanti progetti che ho da parte c’è una graphic di Batman. Sto aspettando le tavole del disegnatore per proporre il progetto a DC Comics. Poi, mi piacerebbe trovare qualcuno che girasse i miei cortometraggi, ho decine di soggetti da parte. Mi piacerebbe realizzare qualche libro fotografico, e poi ho un progetto di design erotico lì da un po’. Sto sempre cercando un illustratore.
Per quello che riguarda gli album illustrati dopo Le double, che è appena uscito in Svizzera per Notari, mi piacerebbe riuscire a pubblicare un altro paio di storie un po’ sci-fi che ho scritto su quel genere.
Ho anche un progetto di tornare a disegnare, prendermi un po’ di tempo, ma la musica ha la precedenza, perché è la cosa che alla fine, mi piace fare più di tutto. Per cui prima cercherò di registrare il mio primo disco. Ho materiale per almeno un paio, ma bisogna imparare a fare le cose una per volta.


A chi piacere in particolare "Tutte le ossessioni di Victor"?

Spero piaccia a tutti! Ma scherzi a parte ancora non lo sappiamo. Il libro è appena uscito. Per ora mi pare che l’accoglienza sia buona.





Squaz

Ciao Squaz, mi sono piaciuti moltissimo i tuoi disegni per "Tutte le ossessioni di Victor", li trovo davvero molto adatti. Com'è lavorare ad una graphic novel di questo tipo?
E quanto lavoro ha richiesto?

Ciao! Intanto grazie dei complimenti.
In effetti ho lavorato a “Victor” per quasi tre anni a più riprese, interrompendomi spesso e poi ricominciando, il che non è molto nelle mie caratteristiche.
Tendenzialmente sarei più per il “cotto e mangiato” (che si traduce in “fatto e pubblicato”), in questo caso però varie vicissitudini mi hanno indirizzato verso una forma di pazienza zen per cui fare un buon lavoro era più importante che finirlo presto. So che dovrebbe essere sempre così, ma stavolta forse l’ho imparato.
Quanto al lavoro su questo tipo di storia, direi che è quello che mi piace di più fare.
Un testo che sia una per me una traccia e che mi permetta di intervenire sopra e sotto le parole, lasciandomi cioè libero di scorrazzare con le immagini.
Rigore e libertà, insieme a braccetto.




Quando lavori ad una storia di cui non sei autore ti trovi un po' in difficoltà o al contrario sei contento di interpretare il testo pensato e scritto da un'altra persona?

Dipende da chi scrive. Con Davide, come già a suo tempo con Gianluca Morozzi per “Pandemonio”, ho trovato subito delle affinità e quella è la cosa più importante. L’ironia soprattutto mi mette subito a mio agio. E si vede che quando ho accettato di lavorare a questo libro ne avevo particolarmente bisogno, perché il mio lavoro precedente era stato “Le 5 Fasi” con il collettivo DUMMY nel quale invece avevamo affrontato tematiche piuttosto dense e cupe…


Ci sono stati adattamenti e proposte da parte tua durante la fase di storyboard?

Posso dirti la verità? Io lo storyboard non lo faccio e, quando lo faccio, non lo faccio vedere a nessuno: parto direttamente con le pagine e mostro quelle.
Adattamenti ce ne sono stati parecchi sì, ma si può dire che tutto il libro sia un adattamento del testo di Davide. Del resto, io non avevo una vera e propria sceneggiatura su cui lavorare ma il lungo, interminabile monologo di Victor.
Potevo interpretarlo alla lettera o tradirlo come meglio mi pareva, infatti mi pare di aver fatto un po’ l’una e un po’ l’altra cosa.


Hai preparato delle palette colore prima di iniziare a colorare le tavole oppure li hai improvvisati? Cioè, hai un approccio calcolato al colore o piuttosto uno istintivo?

Non c’è stata una grande preparazione preliminare, da parte mia. Ovviamente, una volta che ho capito quale volevo che fosse l’impostazione da dare ai disegni ed ai colori sono andato avanti di conseguenza, ma non sapevo in anticipo cosa sarebbe successo. Nemmeno a livello di storyboard, come dicevo prima. E il fatto che il racconto avesse una struttura ad episodi mi ha aiutato molto. Cioè, sapevo che in un modo o nell’altro, alla fine avrebbe comunque funzionato… per cui tanto valeva divertirsi!


Quali sono i tuoi autori preferiti, sia per quanto concerne la scrittura che il disegno?
Per me, scrittura e disegno sono praticamente sinonimi, comunque sono un fan di Charles Burns, Michael Kupperman, Mike Mignola, Edika, e di un sacco di fumettisti italiani giovani e meno giovani.





Quanto ti sei ritrovato nelle ossessioni di Victor e quanto conta per te un contatto empatico con i personaggi della storia che trovi nella sceneggiatura?

Durante la lavorazione, credo di aver detto a Davide che il suo personaggio era molto alla Woody Allen, che a me è sempre piaciuto. Per cui di sicuro ci ho ritrovato delle sensazioni e un immaginario che mi è familiare e che mi apparteneva già. Non ho mai provato a lavorare su storie o personaggi così distanti dai miei gusti e dalle mie coordinate, ma immagino che sia come per gli attori quando per calarsi nei panni di qualcun altro cercano ogni minimo appiglio per dargli vita e credibilità.


A quale tipo di storia non lavoreresti mai?

Probabilmente, a quella che fosse apertamente in contrasto con le mie idee e le mie convinzioni personali. Ma per fortuna non me ne hanno mai proposte di storie così, almeno finora.


A quale tipo di storia lavoreresti accettando su due piedi?

Mah, una volta ho assistito ad un incontro con Moebius, il quale alla domanda “perché fai fumetti?” rispose “per sentirmi utile”. Mi è sempre piaciuta come motivazione, per cui accetterei subito di lavorare ad una storia che non mi faccia sentire un imbrattacartacce che fa abbattere l’Amazzonia per niente.
E poi per soldi, ovviamente. Tanti soldi.


A chi piacerà "Tutte le ossessioni di Victor"?

Mi piacerebbe scoprirlo!


Cosa consiglieresti ad un disegnatore che vorrebbe occuparsi di fumetti o graphic novel nello specifico?

Non so davvero se prendermi una responsabilità di questo genere. Forse di leggere molta narrativa e poi, chiudere gli occhi, e ragionare per immagini.
E viceversa.




20 mar 2015

Lettera ad una studentessa di illustrazione

Cara studentessa, io mi ricordo di te.
Ti sei messa timidamente in un angolo della seconda fila, per passare un po' inosservata e poi, in modo diligente, hai cominciato a prendere appunti. Il tuo sguardo curioso e pieno di timoroso entusiasmo mi ha subito colpita. In te esplodeva un tumulto di domande, l'ingordigia di chi vuole imparare tutto e subito.

Poi, dopo un po', hai alzato la mano e hai chiesto durante quella lezione: "Che cosa mi consigliereste per lavorare come illustratrice?". Sei arrossita immediatamente. Avevi chiesto troppo?
Ha risposto un professore, sfregandosi la barba (un professore di quelli veri!) col suo sguardo tagliente e sarcastico. Ti ha detto in modo eccessivamente sanguigno :"E' la cosa più ovvia del mondo. Si lavora come illustratori quando le proprie tavole sono qualcosa di così bello ma così bello, da fare rimanere tutti con la bava alla bocca. Ecco, prima di allora, prima che le tue tavole non abbiano lasciato con la mandibola penzoloni tre quarti della popolazione, non sarai pronta per lavorare."


 
1951




Tu sei rimasta zitta e il colore dalle guance si è smorzato in pochi secondi. Io ti guardavo.

E' stato un attimo: mi sono rivista alle superiori, già coi miei palesi problemi di gestione delle gerarchie. Avevo circa tre anni meno di quelli che tu ora hai. Per me le persone sono tutte uguali: tutte meritano rispetto e non mi è mai interessato se una indossa un abito di sartoria, una dovrebbe essere il mio capo, un'altra ha una divisa... Hanno tutte il mio rispetto ma nessuna più di altre. E finché lo portano a me.
Ero quella che quando i prof. attaccavano con discorsi pomposi e fuori dalla vita reale iniziava a roteare gli occhi o ad assumere un'espressione di sufficienza, prima di poter controllare la propria reazione. E quindi, veniva bollata come "quella polemica". A me non interessava che fossero professori: io li vedevo come persone. E le persone possono dire cose geniali o dire emerite stronzate. Scusa il francesismo, lo sapevo che sarei diventata scurrile; del resto non sopporto proprio la prevaricazione in nome di una posizione fittizia inventata dal genere umano.
Non ho mai sopportato la scarsa capacità di essere concreti e di riconoscere che fuori dalla scuola, e comunque fuori dal proprio ambiente, esistono miliardi di altre realtà. Possibili e perfino probabili o certe.
Solo perché per noi una cosa funziona in un dato modo, non significa funzioni così per tutti.
E non c'è niente di peggio di un professore, una figura di riferimento (che gli piaccia oppure no) che si arroga il diritto di decretare cose di questo tipo, spacciandole per verità sacrosante ed intoccabili.


Cara studentessa, quanto avrei voluto dirti queste cose...
Il fatto è che sono passati 14 anni da quando roteavo gli occhi in aula magna, ma non sono cambiata di una virgola: una risatina sotto ai baffi (o meglio dire, sotto alla maxisciarpa) è fuggita velocissima all'ascolto di quelle parole.
Dai, ma davvero?
Sono la prima che cerca di mettercela tutta quando lavora per qualcuno, che sia la mamma che chiede un biglietto per la partecipazione al battesimo del suo bambino, o la grande casa editrice o agenzia.

Ma per favore: restiamo coi piedi per terra.
Le mie librerie traboccano di volumi illustrati di artisti pluripremiati, che sono pluripremiati perché hanno raggiunto l'eccellenza in questo mestiere e in ambito artistico e perché sono di esempio per chiunque sia appassionato di questa affascinante disciplina.
Questo mi spinge però ad una riflessione che, alla luce di un'opinione così radicale nei confronti di una studentessa come te (che non ha ancora gli strumenti e la solidità per farsi un'idea sua della questione nella sua interezza e che perciò si fida di quello che le viene detto) mi sento di riportare in questo post. Per te e per quelli come te che si fidano e si lasciano travolgere da frasi come quelle.

Per favore, fatti un favore.
Quando ri riferiscono leggi e frasi lapidarie, fai un respirone e cerca di vedere con obbiettività se quelle cose sono vere solo per chi le dice o se possono esserlo per te.


Esistono milioni di persone talentuose e tutte con storie diversissime, situazioni variegate, percorsi unici, esperienze che non sono percorribili per tutto il resto del mondo.
E gli altri? E noi?
E noi procediamo per la nostra strada.
Puntare all'eccellenza è doveroso: altrimenti non si cresce.
Ma ti posso garantire che no, il mondo è pieno di persone (anche persone fantastiche, perché ne conosco direttamente per mia fortuna) che non avranno una Caldecott Medal mai nella loro vita (probabilmente compresa me) eppure sono persone che lavorano con dignità, scrupolo, impegno, passione e soprattutto onestà.
Facendo il loro meglio: inseguendo la propria personalissima eccellenza.
Lavorano anche se non sono pluripremiate e non hanno pubblicato con la casa editrice enorme in Francia o Stati Uniti. E questo non fa di loro professionisti di serie B. Un professionista è un professionista: è tale per il suo bagaglio e per come affronta il suo lavoro con un'etica e un impegno di alto livello. Si alza la mattina, si lava, mangia, disegna, disegna, disegna, disegna, poi consegna, viene pagato, paga le tasse. E il ciclo ricomincia da capo.

Il resto è aria fritta: cara studentessa, mi dispiace non averti potuto rispondere, quel giorno. La mia risposta è: esistono infiniti tipi di lavoro per un illustratore e credimi, quelli che fanno cadere mandibole sono pochissimi e non sono gli unici a far lavorare. Anzi, si dà il caso che noi illustratori che conduciamo una vita normalissima siamo la maggior parte e va benissimo così.
Cara studentessa, io una Caldecott Medal te la auguro, potrebbe darti tanta soddisfazione. Ma non aspettare di vedere cadere mandibole davanti ai tuoi lavori: vai a lavorare. Quello farà di te una professionista, unitamente al tuo impegno e alla tua serietà.
E a tutte le cose che imparerai.
Non permettere mai a nessuno di ridere di te perché non lavori a progetti abbastanza cool: almeno, che abbia la buona creanza di non cercare di fartene vergognare, dicendotelo in faccia.
Impara a non fidarti di quelle persone che hanno bisogno di calpestare ciò che fai per galvanizzarsi. Non tutta la sincerità nasce per trasparenza. A volte è solo una scusa per potere ferire liberamente.
Non hai bisogno della loro approvazione: segui la tua eccellenza.
Ci sono disegnatori che passano i pomeriggi a dipingere limoni ad acquarello; i limoni che poi trovo sulle tovaglie sul tavolo di mia madre. Disegnatori che preparano schemi da ricamo, che poi trovo sulle riviste in edicola. Altri che da ghost, colorano fumetti e non vedranno mai il loro nome sui volumi che hanno curato da coloristi. Altri ancora, che disegnano piccoli progetti per piccole case editrici o piccole agenzie e nonostante faranno le due del mattino per consegnare, non riceveranno nessuna medaglia. Non faranno cadere mandibole. Ma saranno felici perché fanno il lavoro che amano.

Chiariamo una volta per tutte, a nessuno cadrà la mandibola davanti alla tovaglia a limoni di mia madre. Ma se tu ami disegnare quei limoni, se lo fai con professionalità, ti piace e svolgi un lavoro onesto e paghi le tasse... Non hai niente da giustificare a nessuno.
Prepara i pennelli e riempi il mondo di agrumi ad acquarello. Mia madre ne va pazza.