26 mar 2015

"Tutte le ossessioni di Victor" Intervista agli autori Davide Calì e Squaz





La cover di "Tutte le ossessioni di Victor" edito da Diabolo Edizioni


"Un personaggio che farebbe la fortuna di qualsiasi psicoanalista!"

Questa è la descrizione più immediata di Victor, il protagonista di "Tutte le ossessioni di Victor", la prima graphic novel scritta da Davide Calì e disegnata da Squaz, che ho avuto il piacere di leggere ultimamente in uscita lo scorso 9 marzo nelle librerie e fumetterie.
Ho intervistato sia autore che disegnatore e, come sempre, è affascinante catturare degli spunti per capire i dietro le quinte di un prodotto editoriale e allo stesso tempo riflettere sul proprio lavoro notando analogie e differenze tra il proprio metodo e quello di altri autori.
Spero possa essere di ispirazione anche a voi: buona lettura!


Davide Calì

Tempo fa avevamo parlato del fatto che ti sarebbe piaciuto pubblicare delle storie anche in un ambito diverso da quello del mercato degli albi per l'infanzia.
Devo dire che sono molto sorpresa non del fatto che tu ci sia riuscito, ma del risultato finale: se non ci fosse stato scritto il tuo nome in copertina non avrei mai creduto che "Tutte le ossessioni di Victor" fosse una storia scritta da te.
Era molto tempo che storia e sceneggiatura erano pronte?

Ho iniziato a scrivere i primi episodi della bizzarra biografia di Victor una quindicina di anni fa. Solo in anni recenti il progetto ha preso poi la sua forma attuale, un po’ più romanzata.


Dai, ti faccio una domanda che probabilmente ti avranno fatto o ti faranno in molti: quanto è autobiografica questa storia? Sei tu Victor?
Ah ah! Sì, suppongo che a molti verrà da chiederlo. Del resto è proprio questo il gioco di Victor: indovinate dove sono! Scherzi a parte, in ogni cosa che scrivo c’è una parte diciamo reale e una di fiction. Credo che faccia parte del lavoro dello scrittore raccontare un po’ sé stesso, mescolando le proprie esperienze a quelle rubacchiate al prossimo e all’invenzione pura.



Molte delle sequenze della graphic novel sono cariche di ironia. Quanto rappresenta per te l'ironia come strumento di espressione? Sei uno di quegli autori che evita di far prendere troppo sul serio sé stesso e i propri personaggi all'interno delle storie che racconta?

Non so dire che genere di autore sono. E’ una riflessione che lascio fare agli altri, primo perché forse non mi interessa farla, secondo perché penso sia giusto così. Non mi piace molto chi si presenta e ti dice cosa devi pensare di lui. So di amare cose molto diverse come lettore e spettatore, per cui quando scrivo, mi piace fare cose anche molto diverse tra di loro. Credo che si possa dire che l’ironia faccia parte del mio lavoro, ma non me ne rendo conto più di tanto. Non riesco ad avere una visione di insieme di quello che faccio. Penso sia più facile farlo con uno sguardo esterno.


Mi ha colpito molto il modo in cui sei riuscito ad incrociare umorismo, lutto ed imbarazzo nella scena del funerale della compagna di classe di Victor. L'ho trovata profondamente umana, così vera da creare un certo imbarazzo in chi legge. Credo che tutti prima o poi ci siamo trovati al funerale di qualcuno e non stavamo pensando alla sua morte; E’ una di quelle cose che nessuno osa dire. Credi che la scelta di inserire un concetto così scomodo sia coraggioso o piuttosto provocatorio?

Non so. Non ho fatto calcoli di questo tipo. Mi sono posto qualche problema a un certo punto, ho pensato di essere andato troppo oltre, che qualcuno potesse sentirsi offeso dal personaggio di Victor. Riccardo, l’editore di Diabolò, mi ha invece detto che non voleva toccare nulla.
Anche lui ha trovato Victor molto umano. Del resto come dici tu, è umano, sei a un funerale per salutare qualcuno che non c’è più e ti cade l’occhio su un bel culo e pensi: “Beh, dai, una cosa positiva nella giornata l’ho vista.”



I capelli nella pizza. I capelli nella pizza! Non ci dormirò mai più la notte essendo super sensibile all'argomento "capelli nel cibo".
"Sono passati dieci anni da quando ci siamo lasciati eppure, ancora oggi, la prima cosa che faccio quando mi arriva la pizza Ë controllare che non ci siano capelli."

Ah ah! Scusa rido, ma ho letto già alcune recensioni che di Victor dicono essere capace di risvegliare ossessioni sopite. Non so se esserne contento! Certe volte sono uscito dal cinema irritato dai personaggi del film e ho pensato: che brutto film! Poi ragionandoci ho capito che invece era un bel film e che i personaggi mi avevano irritato perché molto veri.
Detto questo, occhio alla pizza!


Quando hai pensato alle ossessioni di Victor ti sei preso del tempo per studiare alcune delle ossessioni riscontrabili nella popolazione terrestre? Insomma, quanta ricerca psicologica (anche se magari non a livello scientifico ma puramente di ispirazione) c'è dietro ad una graphic novel sulle ossessioni?

No, diciamo che non mi sono messo a tavolino, come magari ho fatto altre volte, per studiare un tema. Gli episodi sono venuti fuori da soli a un certo punto, semplicemente osservando le persone.


Come mai hai pensato proprio a Squaz per disegnare la tua sceneggiatura?

Avevo letto Pandemonio, un fumetto scritto da Morozzi e mi era piaciuto il modo di lavorare di Squaz. Anziché una sceneggiatura classica Morozzi gli aveva passato semplicemente dei racconti e Squaz ne aveva ricavato un fumetto bellissimo.
Dopo averlo letto mi sono reso subito conto che lui avrebbe potuto fare Victor.

La cover di "Pandemonio" di G. Morozzi e Squaz edito da Fernandel

Hai pensato la storia per un mercato oppure hai scritto prima un libro che avresti voluto leggere tu stesso senza porti il problema della vendibilità e del "poi"?

Quando ho iniziato a scrivere Victor non mi ponevo ancora problemi di mercato. Alla fine ne è venuto fuori un prodotto che in qualche modo si è incanalato da solo in un certo mercato.
Diabolò lo pubblicherà anche in francese e spagnolo e mi ha chiesto a questo proposito alcuni adattamenti. I nomi di persona per esempio saranno tradotti. Questa è l’unica cosa che abbiamo fatto seguendo un certo opportunismo commerciale.


Hai in progetto altri prodotti editoriali di questo tipo?

Sì, parecchi. La scorsa estate ho scritto soprattutto fumetti. In generale sto scrivendo meno album ultimamente. Ho vari progetti sul genere e anche graphic novel più all’americana nel genere Vertigo. Una cosa che vorrei fare è cominciare al più presto un nuovo progetto con Squaz. Quel ragazzo ha le manine d’oro!


Ora che anche il tassello "pubblicazione per adulti" è stato aggiunto ai tuoi successi, mi chiedo se ci sono ancora altri Davide che aspettano di venire fuori. Quale genere di libro è impossibile che tu scriva in futuro e quale invece ti piacerebbe pubblicare, se non è una domanda troppo indiscreta?

Impossibile, non so. Forse qualche cosa di relativo alla Bibbia. Una cosa che poi non mi piace, per esempio, è quando gli autori riscrivono i classici di Esopo e li firmano. Vogli dire, Esopo è stramorto, ma la storia l’ha scritta lui. A meno che tu non ne faccia una parodia non hai il diritto di firmarla, mettendo il suo nome in piccolo come se fosse secondario.
Cose che mi piacerebbe scrivere? Difficile dirlo. Le storie mi vengono così, non è che io cerchi nulla. Tra i tanti progetti che ho da parte c’è una graphic di Batman. Sto aspettando le tavole del disegnatore per proporre il progetto a DC Comics. Poi, mi piacerebbe trovare qualcuno che girasse i miei cortometraggi, ho decine di soggetti da parte. Mi piacerebbe realizzare qualche libro fotografico, e poi ho un progetto di design erotico lì da un po’. Sto sempre cercando un illustratore.
Per quello che riguarda gli album illustrati dopo Le double, che è appena uscito in Svizzera per Notari, mi piacerebbe riuscire a pubblicare un altro paio di storie un po’ sci-fi che ho scritto su quel genere.
Ho anche un progetto di tornare a disegnare, prendermi un po’ di tempo, ma la musica ha la precedenza, perché è la cosa che alla fine, mi piace fare più di tutto. Per cui prima cercherò di registrare il mio primo disco. Ho materiale per almeno un paio, ma bisogna imparare a fare le cose una per volta.


A chi piacere in particolare "Tutte le ossessioni di Victor"?

Spero piaccia a tutti! Ma scherzi a parte ancora non lo sappiamo. Il libro è appena uscito. Per ora mi pare che l’accoglienza sia buona.





Squaz

Ciao Squaz, mi sono piaciuti moltissimo i tuoi disegni per "Tutte le ossessioni di Victor", li trovo davvero molto adatti. Com'è lavorare ad una graphic novel di questo tipo?
E quanto lavoro ha richiesto?

Ciao! Intanto grazie dei complimenti.
In effetti ho lavorato a “Victor” per quasi tre anni a più riprese, interrompendomi spesso e poi ricominciando, il che non è molto nelle mie caratteristiche.
Tendenzialmente sarei più per il “cotto e mangiato” (che si traduce in “fatto e pubblicato”), in questo caso però varie vicissitudini mi hanno indirizzato verso una forma di pazienza zen per cui fare un buon lavoro era più importante che finirlo presto. So che dovrebbe essere sempre così, ma stavolta forse l’ho imparato.
Quanto al lavoro su questo tipo di storia, direi che è quello che mi piace di più fare.
Un testo che sia una per me una traccia e che mi permetta di intervenire sopra e sotto le parole, lasciandomi cioè libero di scorrazzare con le immagini.
Rigore e libertà, insieme a braccetto.




Quando lavori ad una storia di cui non sei autore ti trovi un po' in difficoltà o al contrario sei contento di interpretare il testo pensato e scritto da un'altra persona?

Dipende da chi scrive. Con Davide, come già a suo tempo con Gianluca Morozzi per “Pandemonio”, ho trovato subito delle affinità e quella è la cosa più importante. L’ironia soprattutto mi mette subito a mio agio. E si vede che quando ho accettato di lavorare a questo libro ne avevo particolarmente bisogno, perché il mio lavoro precedente era stato “Le 5 Fasi” con il collettivo DUMMY nel quale invece avevamo affrontato tematiche piuttosto dense e cupe…


Ci sono stati adattamenti e proposte da parte tua durante la fase di storyboard?

Posso dirti la verità? Io lo storyboard non lo faccio e, quando lo faccio, non lo faccio vedere a nessuno: parto direttamente con le pagine e mostro quelle.
Adattamenti ce ne sono stati parecchi sì, ma si può dire che tutto il libro sia un adattamento del testo di Davide. Del resto, io non avevo una vera e propria sceneggiatura su cui lavorare ma il lungo, interminabile monologo di Victor.
Potevo interpretarlo alla lettera o tradirlo come meglio mi pareva, infatti mi pare di aver fatto un po’ l’una e un po’ l’altra cosa.


Hai preparato delle palette colore prima di iniziare a colorare le tavole oppure li hai improvvisati? Cioè, hai un approccio calcolato al colore o piuttosto uno istintivo?

Non c’è stata una grande preparazione preliminare, da parte mia. Ovviamente, una volta che ho capito quale volevo che fosse l’impostazione da dare ai disegni ed ai colori sono andato avanti di conseguenza, ma non sapevo in anticipo cosa sarebbe successo. Nemmeno a livello di storyboard, come dicevo prima. E il fatto che il racconto avesse una struttura ad episodi mi ha aiutato molto. Cioè, sapevo che in un modo o nell’altro, alla fine avrebbe comunque funzionato… per cui tanto valeva divertirsi!


Quali sono i tuoi autori preferiti, sia per quanto concerne la scrittura che il disegno?
Per me, scrittura e disegno sono praticamente sinonimi, comunque sono un fan di Charles Burns, Michael Kupperman, Mike Mignola, Edika, e di un sacco di fumettisti italiani giovani e meno giovani.





Quanto ti sei ritrovato nelle ossessioni di Victor e quanto conta per te un contatto empatico con i personaggi della storia che trovi nella sceneggiatura?

Durante la lavorazione, credo di aver detto a Davide che il suo personaggio era molto alla Woody Allen, che a me è sempre piaciuto. Per cui di sicuro ci ho ritrovato delle sensazioni e un immaginario che mi è familiare e che mi apparteneva già. Non ho mai provato a lavorare su storie o personaggi così distanti dai miei gusti e dalle mie coordinate, ma immagino che sia come per gli attori quando per calarsi nei panni di qualcun altro cercano ogni minimo appiglio per dargli vita e credibilità.


A quale tipo di storia non lavoreresti mai?

Probabilmente, a quella che fosse apertamente in contrasto con le mie idee e le mie convinzioni personali. Ma per fortuna non me ne hanno mai proposte di storie così, almeno finora.


A quale tipo di storia lavoreresti accettando su due piedi?

Mah, una volta ho assistito ad un incontro con Moebius, il quale alla domanda “perché fai fumetti?” rispose “per sentirmi utile”. Mi è sempre piaciuta come motivazione, per cui accetterei subito di lavorare ad una storia che non mi faccia sentire un imbrattacartacce che fa abbattere l’Amazzonia per niente.
E poi per soldi, ovviamente. Tanti soldi.


A chi piacerà "Tutte le ossessioni di Victor"?

Mi piacerebbe scoprirlo!


Cosa consiglieresti ad un disegnatore che vorrebbe occuparsi di fumetti o graphic novel nello specifico?

Non so davvero se prendermi una responsabilità di questo genere. Forse di leggere molta narrativa e poi, chiudere gli occhi, e ragionare per immagini.
E viceversa.




20 mar 2015

Lettera ad una studentessa di illustrazione

Cara studentessa, io mi ricordo di te.
Ti sei messa timidamente in un angolo della seconda fila, per passare un po' inosservata e poi, in modo diligente, hai cominciato a prendere appunti. Il tuo sguardo curioso e pieno di timoroso entusiasmo mi ha subito colpita. In te esplodeva un tumulto di domande, l'ingordigia di chi vuole imparare tutto e subito.

Poi, dopo un po', hai alzato la mano e hai chiesto durante quella lezione: "Che cosa mi consigliereste per lavorare come illustratrice?". Sei arrossita immediatamente. Avevi chiesto troppo?
Ha risposto un professore, sfregandosi la barba (un professore di quelli veri!) col suo sguardo tagliente e sarcastico. Ti ha detto in modo eccessivamente sanguigno :"E' la cosa più ovvia del mondo. Si lavora come illustratori quando le proprie tavole sono qualcosa di così bello ma così bello, da fare rimanere tutti con la bava alla bocca. Ecco, prima di allora, prima che le tue tavole non abbiano lasciato con la mandibola penzoloni tre quarti della popolazione, non sarai pronta per lavorare."


 
1951




Tu sei rimasta zitta e il colore dalle guance si è smorzato in pochi secondi. Io ti guardavo.

E' stato un attimo: mi sono rivista alle superiori, già coi miei palesi problemi di gestione delle gerarchie. Avevo circa tre anni meno di quelli che tu ora hai. Per me le persone sono tutte uguali: tutte meritano rispetto e non mi è mai interessato se una indossa un abito di sartoria, una dovrebbe essere il mio capo, un'altra ha una divisa... Hanno tutte il mio rispetto ma nessuna più di altre. E finché lo portano a me.
Ero quella che quando i prof. attaccavano con discorsi pomposi e fuori dalla vita reale iniziava a roteare gli occhi o ad assumere un'espressione di sufficienza, prima di poter controllare la propria reazione. E quindi, veniva bollata come "quella polemica". A me non interessava che fossero professori: io li vedevo come persone. E le persone possono dire cose geniali o dire emerite stronzate. Scusa il francesismo, lo sapevo che sarei diventata scurrile; del resto non sopporto proprio la prevaricazione in nome di una posizione fittizia inventata dal genere umano.
Non ho mai sopportato la scarsa capacità di essere concreti e di riconoscere che fuori dalla scuola, e comunque fuori dal proprio ambiente, esistono miliardi di altre realtà. Possibili e perfino probabili o certe.
Solo perché per noi una cosa funziona in un dato modo, non significa funzioni così per tutti.
E non c'è niente di peggio di un professore, una figura di riferimento (che gli piaccia oppure no) che si arroga il diritto di decretare cose di questo tipo, spacciandole per verità sacrosante ed intoccabili.


Cara studentessa, quanto avrei voluto dirti queste cose...
Il fatto è che sono passati 14 anni da quando roteavo gli occhi in aula magna, ma non sono cambiata di una virgola: una risatina sotto ai baffi (o meglio dire, sotto alla maxisciarpa) è fuggita velocissima all'ascolto di quelle parole.
Dai, ma davvero?
Sono la prima che cerca di mettercela tutta quando lavora per qualcuno, che sia la mamma che chiede un biglietto per la partecipazione al battesimo del suo bambino, o la grande casa editrice o agenzia.

Ma per favore: restiamo coi piedi per terra.
Le mie librerie traboccano di volumi illustrati di artisti pluripremiati, che sono pluripremiati perché hanno raggiunto l'eccellenza in questo mestiere e in ambito artistico e perché sono di esempio per chiunque sia appassionato di questa affascinante disciplina.
Questo mi spinge però ad una riflessione che, alla luce di un'opinione così radicale nei confronti di una studentessa come te (che non ha ancora gli strumenti e la solidità per farsi un'idea sua della questione nella sua interezza e che perciò si fida di quello che le viene detto) mi sento di riportare in questo post. Per te e per quelli come te che si fidano e si lasciano travolgere da frasi come quelle.

Per favore, fatti un favore.
Quando ri riferiscono leggi e frasi lapidarie, fai un respirone e cerca di vedere con obbiettività se quelle cose sono vere solo per chi le dice o se possono esserlo per te.


Esistono milioni di persone talentuose e tutte con storie diversissime, situazioni variegate, percorsi unici, esperienze che non sono percorribili per tutto il resto del mondo.
E gli altri? E noi?
E noi procediamo per la nostra strada.
Puntare all'eccellenza è doveroso: altrimenti non si cresce.
Ma ti posso garantire che no, il mondo è pieno di persone (anche persone fantastiche, perché ne conosco direttamente per mia fortuna) che non avranno una Caldecott Medal mai nella loro vita (probabilmente compresa me) eppure sono persone che lavorano con dignità, scrupolo, impegno, passione e soprattutto onestà.
Facendo il loro meglio: inseguendo la propria personalissima eccellenza.
Lavorano anche se non sono pluripremiate e non hanno pubblicato con la casa editrice enorme in Francia o Stati Uniti. E questo non fa di loro professionisti di serie B. Un professionista è un professionista: è tale per il suo bagaglio e per come affronta il suo lavoro con un'etica e un impegno di alto livello. Si alza la mattina, si lava, mangia, disegna, disegna, disegna, disegna, poi consegna, viene pagato, paga le tasse. E il ciclo ricomincia da capo.

Il resto è aria fritta: cara studentessa, mi dispiace non averti potuto rispondere, quel giorno. La mia risposta è: esistono infiniti tipi di lavoro per un illustratore e credimi, quelli che fanno cadere mandibole sono pochissimi e non sono gli unici a far lavorare. Anzi, si dà il caso che noi illustratori che conduciamo una vita normalissima siamo la maggior parte e va benissimo così.
Cara studentessa, io una Caldecott Medal te la auguro, potrebbe darti tanta soddisfazione. Ma non aspettare di vedere cadere mandibole davanti ai tuoi lavori: vai a lavorare. Quello farà di te una professionista, unitamente al tuo impegno e alla tua serietà.
E a tutte le cose che imparerai.
Non permettere mai a nessuno di ridere di te perché non lavori a progetti abbastanza cool: almeno, che abbia la buona creanza di non cercare di fartene vergognare, dicendotelo in faccia.
Impara a non fidarti di quelle persone che hanno bisogno di calpestare ciò che fai per galvanizzarsi. Non tutta la sincerità nasce per trasparenza. A volte è solo una scusa per potere ferire liberamente.
Non hai bisogno della loro approvazione: segui la tua eccellenza.
Ci sono disegnatori che passano i pomeriggi a dipingere limoni ad acquarello; i limoni che poi trovo sulle tovaglie sul tavolo di mia madre. Disegnatori che preparano schemi da ricamo, che poi trovo sulle riviste in edicola. Altri che da ghost, colorano fumetti e non vedranno mai il loro nome sui volumi che hanno curato da coloristi. Altri ancora, che disegnano piccoli progetti per piccole case editrici o piccole agenzie e nonostante faranno le due del mattino per consegnare, non riceveranno nessuna medaglia. Non faranno cadere mandibole. Ma saranno felici perché fanno il lavoro che amano.

Chiariamo una volta per tutte, a nessuno cadrà la mandibola davanti alla tovaglia a limoni di mia madre. Ma se tu ami disegnare quei limoni, se lo fai con professionalità, ti piace e svolgi un lavoro onesto e paghi le tasse... Non hai niente da giustificare a nessuno.
Prepara i pennelli e riempi il mondo di agrumi ad acquarello. Mia madre ne va pazza.

19 mar 2015

Gesture drawing, il disegno in movimento: intervista a Nicola Sammarco

 E' bravo, simpatico e soprattutto super talentuoso: insomma, non potevamo davvero resistere all'invitarlo per un workshop da Roba da Disegnatori. E manca poco, pochissimo!
Nicola Sammarco ci racconta come è approdato in Disney e Dreamworks, cos'è il gesture drawing, a cosa serve e come può migliorare il tratto di un disegnatore.
Tutto, in questa intervista. Buona lettura!
(tutte le immagini sono tratte dalla pagina Facebook di Nicola Sammarco)




Ciao Nicola, quanto tempo fa hai iniziato a disegnare nell'ambito della concept art e perché secondo te è un po' diverso da altri ambiti del disegno professionale?

La concept art è diversa e più affascinante! Come nell'animazione ma anche nei videogames creare un concept è sempre un piacere, sei libero di esprimerti. L'artista può realizzare davvero ciò che sente sul personaggio o sull'environment (l'ambientazione ndr) con molta meno pressione che purtroppo c'è in altri ambiti lavorativi. Certo, ci sono dei canoni o delle regole anche qui da rispettare, ma è probabilmente il lavoro più aperto e libero che ci sia.







Cosa è stato più difficile per te da imparare?
Probabilmente Photoshop! Si, da autodidatta , quando i tutorial non erano così presenti su internet, è stata davvero dura! Il disegno è qualcosa che si apprende in una vita, non si può stabilire quando ho imparato cosa.

Di cosa ti occupi ora grazie alla concept art?


Attualmente lavoro come layout artist per Disney, e come Concept character artist per un nuovo progetto in Dreamworks. Però proprio ieri ho ricevuto un'email importante da un altro studio, non posso dirvi quale , dove verrò assunto come concept artist, logicamente se andrà bene il test! Cosa che renderò ufficiale presto, se positiva.






In cosa consiste il gesture drawing e perché è diverso nello studio dei soggetti rispetto ad altre discipline legate al disegno?
Il gesture drawing è l'arte di saper sintetizzare, leggere il movimento del corpo. Far emergere le emozioni dei gesti più che la corretta anatomia. Fondamentale per poter apprendere il disegno in tutte le sue forme. Ottimo per l'animazione, fumetto e qualsiasi altro campo! Poco conosciuto qui in Italia, anche se Leonardo Da Vinci ne era già a conoscenza, ma ben radicato negli States. Il gesture era materia di studio alla Disney animation, dove insegnava Walt Stanchfield, il più grande esponente del gesture drawing, ne parleremo al workshop.







Per un disegnatore che ha già studiato prospettiva, anatomia, composizione, in che modo il gesture drawing rende la sua preparazione più completa?

Il gesture aiuta a sciogliere la mano, insegna a leggere le emozioni del corpo, così da poter disegnare personaggi più vivi, più espressivi. La differenza sarà visibile realmente! Un personaggio con più gesture, risulta più accattivante! Come ho già detto, è fondamentale per tutti gli artisti che vorranno migliorare lo staging dei loro personaggi.






Quale consiglio dai a chi sogna di occuparsi di concept art e di lavorare nell'animazione?

Disegnare è l'unico modo per migliorare e di conseguenza per ottenere visibilità e lavoro. Non si ottengono risultati senza lavorare sodo. Non ci sono scorciatoie, c'è solo chi ha volontà di cambiare le cose e chi vuole miracoli. Nel workshop spiegherò come affrontare una fiera come Lucca Comics (per il fumetto) o il CTN (per l'animazione) e su come prepare un portfolio adatto ad ogni esigenza!



L'Arte ai nostri piedi: dall'Oriente i calzini ispirati ai quadri più famosi ed iconici

Ve l'ho mai detto che, fra le altre cose, sono appassionata di calzini? Ne ho di ogni foggia e colore ed evito tassativamente quelli di spugna o colori neutri.
Ignoravo esistessero quelli d'Arte: su Amazon esistono calzini che si rifanno ai quadri più iconici della Storia dell'Arte. Eccone alcuni.





Se siete in modalità "lo voglio!" come me, li trovate qui.




I miei preferiti sono "La danza" di Matisse e La grande onda di Kanagawa di Katsushika Hokusai (più famoso come "L'onda di Hokusai") mentre trovo abbastanza spaventosi la povera Frida Khalo e La ragazza con l'orecchino di perla.





Trovo affascinante che grandi quadri venerati in tutto il mondo, siano stati adattati così bene in una sintesi per il tessile. Forse qualcuno si dirà indignato; io sorrido e penso che se l'Arte può stare ai nostri piedi è perché noi saremo sempre ai suoi, davanti alla sua grandezza. L'Arte è così immensa che non ha paura di trasformarsi, adattarsi e parlare a tutti, di prendere forme diverse e di ridere di sè stessa. Anzi, a rifletterci bene, credo che una cosa davvero grande a livello universale è tale quando ci si può ridere sopra e perfino infilarla nelle nostre scarpe preferite.

18 mar 2015

Intervista agli autori di Ernest Egg

 Qualche mese fa ho scoperto un progetto che, grazie all'entusiasmo e all'impegno dei suoi autori, mi ha subito stregata. Si tratta di Ernest Egg, un bizzarro esploratore d'altri tempi, che vive in un mondo di creature strane e bislacche quanto lui. Da appassionata di epoca vittoriana/edoardiana e delle esplorazioni in quei periodi storici mi sono sentita subito coinvolta nella crescita di questa storia e ho seguito da vicino ai suoi sviluppi. Il design dei personaggi, i suoi colori e le sue atmosfere sono stati per me qualcosa di semplicemente irresistibile.
L'idea di intervistare Stefano Bosi Fioravanti e Francesco Polizzo si è fatta subito prepotente: ero troppo curiosa di sapere come nasce un'idea di questo tipo e come può essere sviluppata, per starmene nel mio cantuccio senza contattarli.
  

Grazie per questa intervista!
1) Cominciamo col raccontare chi c'è dietro Ernest Egg?

STEFANO: Solitamente dietro ad Ernest Egg c’è Karl Von Karloffeln, aiutante e amico da sempre. E per fortuna oserei dire! Sai che pasticcio se non fosse così? Qualche metro più in là ci sono quei due buoni a nulla di Stefano e Francesco. Loro si limitano a raccontare le storie del nostro eroe preferito. Preferito, giusto?FRANCESCO: Sì, giusto. In effetti noi raccontiamo quello che Ernest ha appuntato sui suoi diari di viaggio, siamo solo dei cantastorie di fatti altrui :DSTEFANO: Mmmmm… forse serve qualche dettaglio in più? Sono Stefano Bosi Fioravanti, illustratore e grafico che porta avanti una vita sregolata e piena di lavori differenti, ho frequentato il Liceo artistico (periodo in cui ho scoperto la mia passione per la scultura) e successivamente ho studiato illustrazione e animazione allo IED di Milano.FRANCESCO: Ok, giusto! Cito direttamente dal mio ufficio stampa!
Appassionato di fumetti sin dalla tenera età, laureato in economia aziendale, dopo aver trovato lavoro come bancario, decide di assecondare la sua passione e frequenta un corso di sceneggiatura tenuto da docenti quali Laura Scarpa, Antonio Serra, Gianfranco Manfredi e Francesco Artibani, affascinato dalle opportunità date dalla rete, comincia a pubblicare web comics utilizzando la piattaforma Verticalismi.it dove nel giro di poco tempo, collabora con diversi artisti e crea la saga di Viole(n)T Hill, destinata a essere la prima serie social del sito.
Ha al suo attivo diverse pubblicazioni per editori nazionali, altre per il mercato anglofono (The Steampunk Originals) e ha collaborato alla stesure di storie per Diabolik, per L'Insonne (il bel personaggio creato da Giuseppe Di Bernardo e Andrea J Polidori) e Robotics.
Quest'anno ha partecipato al graphic novel Racconti Indiani (Passenger Press) e pubblicato su Yang (Shockdom Edizioni) la prima parte della saga intitolata THUG Team.

 
Il protagonista: Ernest Egg in tutto il suo splendore

2) Mi ha colpito la vostra scelta di ispirarvi all'esplorazione com'era un tempo. Che cosa vi ha ispirato?
STEFANO: La voglia di viaggiare ed esplorare, innanzitutto. Penso che l’esplorazione “di oggi” sia molto meno misteriosa e avventurosa rispetto a quella “di ieri”, a causa della rete, di Google Maps e delle prenotazioni online, senza le quali, ovviamente, sarei già morto da tempo. Abbiamo fatto quindi un salto indietro, cercando di evocare quel senso profondo e affascinante delle spedizioni ottocentesche.FRANCESCO: Quanto può essere noiosa la vita piena di cose utili che minimizzano i rischi di qualunque tipo? Meglio vivere alla giornata come fa Ernest, spostandosi da una avventura a un’altra.

3) Su cosa verte il progetto Ernest Egg, vale a dire: che cosa avete in mente oltre al corto, se si può dire?
STEFANO: Inizialmente il corto era un po’ un punto d’arrivo. Volevamo realizzare il libro, il gioco da tavolo e i modelli dei LisciArriccia. Poi avremmo fatto il corto. Invece, fin dall’inizio della campagna si sono arrivati subito fervidi e spontanei interessi tutti indirizzati direttamente verso l’animazione… e quindi, allora, tanto valeva partire in quinta! E quindi ecco arrivati Michael Klubertanz come compositore, Giobbe Covatta come doppiatore del Capitano A.Bach e Claudio Di Biagio come regista!
Ed ora che stiamo preparando il teaser/ trailer, il progetto si è notevolmente ingigantito. Per il futuro? Abbiamo in mente molte cose che vi stupiranno, basterà avere un po’ di pazienza ;)
FRANCESCO: Diciamo che il progetto stesso ha preso risvolti non immaginabili in precedenza, per questo abbiamo coniato due hashtag specifici #tipicodiernest e #BeingErnestEgg perché certe cose accadono semplicemente mostrando Ernest al mondo!

4) Come è nata l'idea del crowdfunding per finanziare il vostro progetto? Qualcuno vi ha aiutati a sviluppare la campagna per raccogliere i fondi?
STEFANO: L’idea di provare con il crowdfunding è nata in me quando mi sono imbattuto in una conferenza dove si parlava proprio di questo. Dopo un paio d’ore, avevo più domande e dubbi che calzini spaiati, ma qualcosa mi si muoveva in testa. Io e Francesco ne parlammo a lungo e, poco dopo, terminò la trionfale campagna di Lumina. Il resto viene da sé. A parte gli scherzi, penso che sia un modo valido per avere un riscontro diretto dai lettori (senza nulla togliere ad editori e direttori artistici, s’intende).
FRANCESCO:
Conosco da tempo Emanuele Tenderini, uno dei due autori di Lùmina, chiacchierando dei rispettivi progetti lui si è offerto di mostrarlo ai ragazzi del Coffee Tree Studio che si sono dimostrati i partner più indicati per mettere in piedi l’intera operazione, semplificando la nostra vita di creativi da un lato e “schiavizzandoci” dall’altro, in una parola solo imprescindibili.

5) Se doveste definire Ernest Egg in tre parole?
STEFANO: Esagerato, stravagante, divertente. Sicuramente un progetto a cui manca il senso della misura. Come ai suoi autori, del resto.
FRANCESCO: Ironico, Iconico e… bionico, ma solo perché fa rima.

E non dite che non è fantastico: poteva non essere il mio preferito?

6) Il gigante è già il mio personaggio preferito. Ce ne saranno di nuovi nel corso della storia?
STEFANO: Il mondo di Ernest Egg è popolato da una moltitudine incalcolabile di figure matte. Ho curato in maniera maniacale il design dei personaggi, cercando di arricchirli e giustificarne ogni volta gli aspetti caratterizzanti. Il gigante vi sorprenderà, non una ma ben due volte….e non sarà l’unico.
FRANCESCO: Per il gigante abbiamo in testa diverse idee (risata diabolica)


Wow!

7) Dal punto di vista della stop motion, chi vi ispira di più circa il vostro progetto?
STEFANO: Sono cresciuto con il mito di The Nightmare before Christmas. Burton, Aardman, Laika sono le grandi produzioni che mi hanno sempre fatto sognare. Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson poi, una vera perla. Ci sarebbero infine migliaia di cortometraggi e piccole produzioni da citare ma non mi sembra il caso. Comunque cercheremo di stupirvi, abbiamo in mente qualcosa di molto particolare per Ernest.
FRANCESCO: Vista la mia “giovane” età, direi le tonnellate di film e cartoni animati ingurgitati prima che inventassero il web e tutto, ma proprio tutto, quello visto negli anni della mia formazione cinematografica oltre alla mia passione smodata per qualsiasi opere che contenga immagini e parole.

8) Quanto avete messo della vostra personalità nella storia e nei personaggi? In cosa vi riflette?
STEFANO: Tutto. Quello che siamo ma soprattutto quello che vorremmo essere. Parliamoci chiaro, belli come Ernest non lo saremo mai, soprattutto Francesco…
FRANCESCO: Non è bello ciò che è bello, ma sono bello, bello, bello (questa me l’ha suggerita Ernest, giuro!)

9) Cosa consigliereste come prima cosa a chi vuole sviluppare una storia e farla diventare un fumetto o un corto?
STEFANO: Per quello che è stata la mia esperienza lavorativa fino ad ora, posso solo consigliare di insistere, di credere nei propri progetti (non importa quanto grandi sembrino) e di rischiare.
FRANCESCO: Non arrendersi alle prime porte in faccia che si prendono e lavorare seriamente per diventare il più grande stalker di editor in circolazione, infine lavorare su sé stessi fino allo stremo nel tentativo di migliorarsi continuamente.

10) Come possiamo supportare Ernest Egg?
STEFANO: Fino al 16 Gennaio era attiva la campagna crowdfunding su Indiegogo.
Attualmente l’unica cosa che abbiamo potuto fare per venire incontro alle richieste dei molti appassionati e interessati che ci stanno contattando è stata quella di aprire un mini shop online sul nostro sito
www.ernestegg.it, dove è possibile pre-acquistare il libro illustrato del diario di viaggio di Ernest e le cartoline autografate da noi autori e dai partecipanti all’avventura! :D
Stiamo attualmente preparando il tutto, siamo a buon punto, ma in contemporanea abbiamo iniziato anche i preparativi del teaser/pilot per lo stop motion! Tantissimo lavoro, ma anche tantissima soddisfazione!
FRANCESCO: Io aggiungo solo che in tanti ci hanno aiutato dall’inizio della campagna ad oggi. In breve tempo ci siamo trovati in un mondo davvero magico e con la chiara richiesta da parte del pubblico di voler vedere realizzato lo stop motion. Questo ci ha portato a cambiare le carte in tavola e a fare scelte importanti in tempi molto stretti, aiutati dal sogno di Ernest e dal supporto di tante persone sui social.
I social network sono stati un supporto immenso per noi, sotto vari punti di vista, per cui anche condividendo Ernest Egg su
Facebook, Twitter, Instagram e Google+ può essere un grande modo per aiutare il nostro amato eroe avventuriero!