30/lug/2014

Quando il disegnatore va in vacanza (più o meno)

Devo ammetterlo: ogni volta che ho letto su un blog "Ci rivediamo a settembre, il blog va in vacanza" in giro per il web, mi sono sempre chiesta se non fosse una frase un po' esagerata da scrivere.
Ma ora mi trovo a farlo, per la prima volta in quattro anni.
Non perchè la città si svuota e non perchè non ho qualcosa da scrivere d'estate, anzi, ma
Roba da Disegnatori va in vacanza!
fino al 7 settembre


Lilli Carré
http://lillicarre.com/


O meglio, ci vado io.
Il blog sonnecchierà per un po' e spero soprattutto io che di sonno arretrato ne ho parecchio da recuperare (ma poi, sarà vero che il sonno può essere recuperato? Io nel dubbio ci provo) .


E un'altra cosa da ammettere è che sono parecchio emozionata. Dopo cinque anni dal mio viaggio in Cornovaglia, ci ritorno da sola a fine agosto. Per me nel 2009 è stato un viaggio alla scoperta di me stessa, ha rappresentato moltissimo e mi ha fatto capire che il viaggio è uno stato della mente, ma anche che certi posti hanno qualcosa da darti. Non perchè siano più belli o più speciali ma perchè sono adatti a te in quel particolare momento della tua vita, per come sei tu, come se parlassero la tua stessa lingua.


Promenade di Penzance e ,in lontananza, Newlyn

Il viaggio che ho scelto è particolare: parto con un treno notturno, dove ho una stanzina tutta per me. Mi sembra magico addormentarmi a Londra e vedere l'alba sul Devon e iniziare un nuovo giorno a quasi 400 chilometri dalla capitale.

Prima ancora mi aspetta una settimana nella Maremma toscana, e non vedo l'ora!
Oggi ho comprato il primo sketchbook quadrato della mia vita: non so perchè ma mi sembrava adatto alle scelte che ho fatto quest'anno, come se potessi racchiuderlo in un libro.

Sono emozionata anche all'idea di settembre; forse l'ho già detto altre volte, ma per me corrisponde al vero inizio dell'anno, è il momento in cui si progetta e si stendono le basi per le nuove idee per l'anno seguente. E' effervescente e mi rende sempre curiosa!


E a proposito...
In corso fra le nostre iniziative ci sono il concorso organizzato in collaborazione con Fritlex e i workshop dell'associazione: quelli con le iscrizioni già aperte si possono curiosare a questo indirizzo.
La casella email potrebbe avere qualche giorno di ritardo nella risposta ma è attiva e la controlliamo.
Stiamo lavorando anche alla calendarizzazione di incontri gratuiti per disegnatori, il primo sarà a Bologna il prossimo autunno. Le date verranno comunicate mano a mano sul blog e sul sito dell'associazione e sono aperte sia ai soci che ai non soci. Ci si trova per chiacchierare un po'!


Vi auguro buone vacanze e un agosto che somigli anche solo vagamente ad un mese estivo.
Se potete, tenete un diario di viaggio, magari illustrato o a fumetti: non ve ne pentirete. :)
A presto,

Morena

22/lug/2014

Riflessioni sul fumetto e intervista ad un'appassionata collezionista speciale

Il primo pregiudizio tutto italiano sul fumetto è quello secondo il quale non ha nessuna attinenza né contatto con la realtà.
Non che ci sia qualcosa di male, ma non tutti stravedono per dei mondi immaginari e alcuni possono pensare che il fumetto sia qualcosa che nasce dal nulla e si sviluppa altrettanto sul nulla.
In verità alcuni tipi di fumetto hanno una stretta attinenza con "le cose della vita vera" come le chiama una delle mie anziane vicine di casa. E, soprattutto, a volte lavorare a un fumetto di qualunque tipo sia richiede un'ispirazione.
Non credo tanto alla regola "scrivi quello che conosci" o almeno non sempre, ma supporto la teoria di Austin Kleon secondo la quale le cose che amiamo ci modellano (lui a sua volta si è rifatto sulle idee di un tipo qualunque, un certo Goethe) e in qualche modo per vie trasverse queste riaffiorano in un prodotto dell'ingegno, sia esso un romanzo, un disegno, un film, una pièce teatrale, una scultura o sì, anche la sceneggiatura di un fumetto.

Il fumetto altro non è che un linguaggio, un mezzo: la narrazione può essere improntata su qualunque cosa. 
Devo ammetterlo, rispetto alla cultura sterminata di alcuni miei amici e colleghi la mia è ristretta, perchè mi interesso più di illustrazione, ma comunque di fumetti ne ho letti e ne leggo e so che a prescindere dall'argomento, un buon fumetto resta un buon fumetto.
Alcuni fumetti pluri-premiati raccontano storie di vite particolari, speciali se rapportate al nostro vissuto, come nel caso di Marjane Satrapi e il suo "Persepolis" che ci apre il sipario di storie un po' lontane dal nostro stile di vita occidentale; altre invece sono scandite da tante analogie con le nostre esistenze "normali" (ma in fondo, cosa lo è?) come nello splendido "Blankets" di Craig Thompson, un vero capolavoro nella sua poetica semplicità.
Quando è sceneggiato e disegnato bene, un fumetto ti rapisce dalla prima all'ultima vignetta perchè a prescindere dal genere di storia ti intrattiene; ogni vignetta crea una sospensione fra una e l'altra ed è il piacere sommo di leggere un fumetto, per me e penso per altre persone.

Mi sono resa conto di questa cosa quando mi sono trovata a fare la colorista di un fumetto western: lo chiarisco subito, non è mai stato il mio genere nonostante il mio profondo amore per il country e il bluegrass.
Eppure dopo un po' che coloravo meccanicamente le vignette una dopo l'altra, mi sono accorta che la narrazione mi stava incuriosendo; ho allora chiesto le pagine coi testi a bassa risoluzione e mi sono letta la storia in modo a dir poco ingordo.
La dimostrazione che non importava fosse western e che non fosse proprio quella che i britannici chiamano "la mia tazza di tè" : era sceneggiato bene, il soggetto era curioso e accattivante perciò ero spinta a sapere cosa succedeva, chi moriva e perchè, chi spariva e come e a chiedermi se sarebbe riapparso e di che natura fossero certi personaggi. In uno dei numeri che ho colorato c'era un'intera città fantasma: fino a che non ho ricevuto le pagine coi testi ho colorato con l'unico pensiero a come erano morti tutti e perchè.
Questa è la magia della narrazione in qualunque sua forma.
Ecco perchè il pregiudizio sul fumetto è un vero peccato; non tanto per il fumetto ma per i lettori che perdono il piacere di una narrazione di cui potrebbero avere un po' di controllo.
Io i fumetti per certi aspetti li preferisco di molto ai film: le immagini sono davanti ai nostri occhi ma decidiamo noi con che velocità processarle. Decidiamo se indugiare a lungo su una scena o sull'altra, decidiamo quanta importanza ha per noi un passaggio della storia piuttosto che un altro. Non è un potere da poco: è il potere della decisione e dell'osservazione. Ne parla anche Gud nel suo manuale "Tutti possono fare fumetti", lo avevo intervistato un po'di tempo fa proprio sull'uscita del manuale edito da Tunué.

Qualche anno mi capita di accompagnare una mia cara amica alle fiere del fumetto. Un attimo, forse è lei che accompagna me...
Insomma, sta di fatto che qualcuna accompagna l'altra e ci troviamo nel bel mezzo di affollatissime fiere del fumetto.
Abbiamo gusti piuttosto diversi sui fumetti, ma è un gran piacere sentirla parlare di ciò che preferisce; mi piacciono e colpiscono le motivazioni che mi dà sulle sue preferenze, mi danno dei nuovi spunti e a volte resto incuriosita.
Da quando la conosco cioè da circa quattordici anni (ci sono amicizie perenni, per fortuna) è sempre stata fissata con gli stessi fumetti. Uno dei primi ricordi che ho di lei è un lungo monologo sulla sua adorazione per Diabolik che non ho mai capito. Non perchè non mi piaccia: il fatto è che non l'ho proprio mai letto così come non avevo mai letto fumetti western prima di colorarli (e scoprire uno strano piacere nel vedere dipanarsi certe trame!) perciò la mia incomprensione nasce da una non - conoscenza. E pensare che mia madre ne era un'accanita lettrice. Quella appassionata di gialli e polizieschi in casa è sempre stata lei, io ho sviluppato preferenze diverse nel tempo favorendo trame più storiche.

Diabolik visto da Gabriele Dall'Otto


Qualche giorno fa, mentre facevo zapping a caso preparando una torta (a proposito, non fatelo se non siete sicuri di avere un telecomando di riserva) ho visto la pubblicità di una prossima uscita di una collana di 50 volumi proprio su Diabolik su Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. Se non ricordavo male il ragazzo di Jessica segue lo sport.
Le ho scritto (impiastricciando anche il cellulare giusto per non farsi mancare nulla) per farglielo sapere.
E da lì, mi è nata una curiosità: ma com'è che ti è nata questa fissa per Diabolik, che non me l'hai mai raccontato in 14 anni?
Ma del resto non glielo avevo mai chiesto e così lei non me lo aveva mai spiegato.
E allora ho pensato a quanto poco curiosa sono a volte, perchè proprio come è successo per quel fumetto western ho scoperto solo poi che Diabolik in realtà ha tutte le carte giuste per piacermi.
Mi sono decisa a prendere in prestito qualche numero e non solo, a farmeli consigliare dalla mia amica Jessica.
A quel punto ho pensato: si intervistano sempre fumettisti e illustratori e mai una volta che si facciano domande agli appassionati.
Perchè no?
Ecco cosa le ho chiesto.

 Come hai iniziato a leggere Diabolik?

Ho iniziato per caso, ero in Liguria per una colonia estiva.
Ho trovato dei vecchi numeri in "biblioteca" e ho iniziato a leggerli per curiosità...
Avevo 12 anni, se non ricordo male e ho iniziato a collezionare seriamente i numeri verso i 14 anni.

(E' una di quei pazzi che prendono i volumi incelophanati, io l'ho vista coi miei occhi. E' l'omino dei fumetti dei Simpsons! Ma io che sfoglio certi albi indossando guanti di cotone devo solo tacere eheh)

Cosa ti è piaciuto di più all'inizio e cosa ha continuato a piacerti nel tempo?

All'inizio mi era piaciuta la storia: questo misterioso ladro mascherato, senza un passato, che non si poteva definire un cattivo a tutti gli effetti, nonostante uccidesse e rubasse. Che ti tentava perfino a stare dalla sua parte! L'eterna lotta tra lui e Ginko, il grande amore per Eva... Successivamente le storie diventavano molto più articolate, più profonde: non si fermavano alla solita rapina/omicidio, al solito inseguimento in macchina con Ginko e al solito lieto fine, i disegni molto migliori (ringraziamo Sergio Zaniboni che ha dato a DK il suo aspetto attuale!).
Con il passare degli anni, dopo la morte di entrambe le sorelle Giussani, le storie sono diventate meno profonde, o almeno secondo me.

Se mi dovessi consigliare un numero da cui partire o delle cose da sapere per iniziare a leggere Diabolik, cosa mi indicheresti?

Un numero da cui partire? Suggerirei i miei preferiti!
"La morte dolce" (mi ha persino fatto commuovere, è stato devastante), "Dieci piccoli diavoletti", "Un covo di vipere". Beh, cose da sapere, prima di leggere DK...Vediamo...
A questo punto suggerirei il libro "Io sono Diabolik", nel quale LUI si racconta in prima persona, ripercorrendo alcune storie tra le più significative della sua "vita", dall'incontro con Eva, al suo rapporto conflittuale, ma non sempre, con l'ispettore Ginko.
Anche "La clinica della morte" e "In nome della giustizia"! Sicuramente ce ne sarebbero altri, ma quelli che mi hanno più colpita e che mi sono rimasti più impressi, sono quelli che ti ho elencato.
Sono cambiati i disegnatori: mi manca il bel tratto leggero di Zaniboni e di Facciolo.
Ecco un altro numero consigliatissimo: "Un enigma risolto nel buio". Geniale!


Personaggi preferiti e perchè?

Ovviamente i protagonisti! DK ed Eva Kant!
A dire il vero, ci sarebbero altri 2 personaggi, comparsi in 3/4 albi ciascuno: Bettina (la bimba che, nel primo albo in cui comparve, fece sciogliere il cuore di ghiaccio del Nostro e che col passare del tempo - e degli albi - non perde mai la fede nel suo caro amico) e Saverio Hardy (il cosiddetto "uomo della rocca", una persona che non si è tirata indietro dopo aver visto DK in difficoltà e gravemente ferito, che Diabolik saprà ripagare in un momento estremamente difficile). Due persone che hanno saputo far valere l'amicizia sulla giustizia. Ce ne sarebbero altri 2, Daria e il suo compagno: 2 non vedenti che faranno amicizia con DK (che nell'albo "Colpo alla cieca" perderà momentaneamente la vista) e gli saranno di grandissimo supporto, sia moralmente che fisicamente.


A volte una chiacchierata ti apre la mente su nuove possibilità.
Sarebbe bellissimo se chiedessimo ad amici, parenti o colleghi o vicini di casa perchè leggono qualcosa in particolare: potremmo scoprire un sacco di cose.
Intanto io colgo l'occasione per segnalare quello che ho scritto a Jessica: a partire da oggi in allegato al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport ci saranno 50 volumi di Diabolik, molti dei quali inediti e ispirati a fatti di cronaca nera realmente accaduti, come il caso di Vallanzasca, quello della Uno Bianca, il massacro del Circeo... Le tematiche sono state scelte con attenzione. Dalla corruzione all'omicidio alla violenza sulle donne.
Le copertine sono state curate da Gabriele dell'Otto, Corrado Mastantuono e Manlio Truscia. Sono tre mostri! Infatti non vedo l'ora di avere fra le mani quelle cover. Questo è il sito della collana ed è possibile anche acquistare i volumi da lì.
Per le prossime settimane sarà possibile comprare il primo numero di "Diabolik Nero su Nero" (così si chiama la collana) perchè è andato in ristampa!


Gabriele Dell'Otto al lavoro

7 tipi di blocco creativo: riflessioni nate da un articolo di Mark McGuinness

Qualche volta capita di imbattersi in una lettura illuminante, e di perderla subito.

Mi era capitato fra le altre volte, qualche mese fa, con un articolo a cui trovai accesso via Twitter ma mi dimenticai di salvarlo nei Preferiti.
L'ho cercato per mesi inutilmente, era sparito nel nulla. Ogni tanto mi tornava in mente e ricominciavo a cercarlo con esito sempre negativo.
Poi l'altra notte, mentre mi rigiravo nel letto alle tre, ho acceso il tablet per trovare sollievo in un po' di lettura e all'improvviso ricordavo il titolo che avevo cercato per mesi; gli amanti della teoria junghiana della sincronicità potranno pensare che era arrivato il momento giusto per riscoprirlo. Chissà.
Visto che si è ripresentato sotto ai miei occhi dopo questo post dove ho scritto del mio enorme blocco creativo, ho pensato che potesse essere un buono spunto anche per chi legge il blog.
E' un post lungo, ma prometto che è interessante e che tocca dei punti vivi per molti noi.

Non si tratta di una traduzione, per una questione di tempistiche, ma anche perchè vorrei solo porre l'accento su quello che per me è stato più prezioso per farmi riflettere.
La lista è riportata completamente e nell'ordine in cui è stata letta.
L'articolo integrale in inglese, scritto da Mark McGuinness, è reperibile a questo link.





7 Tipi di Blocco creativo


1 - Il blocco mentale

Il blocco mentale, scrive McGuinness, è quando si resta intrappolati nel proprio modo di pensare, così tanto da non vedere altre possibili soluzioni. Partendo dai propri schemi mentali famigliari, riutilizzati di volta in volta, l'approccio al problema diventa limitato e limitante ed è viziato dalle proprie convinzioni.

Soluzioni: 
Chiedersi "E se?"
Da qualche tempo sto provando ad utilizzare il "E se?" a volte perfino pronunciandolo ad alta voce e facendolo seguire da un silenzioso guizzare di alternative. Sono due parole magiche.
Ho scoperto che dopo un "E se?" viene sempre qualcosa.

McGuinness suggerisce di cambiare mentalità partendo dai gesti più semplici. Andare in un luogo dove non siamo mai stati, leggere o guardare o ascoltare qualcosa che non abbiamo mai provato.
Su questo argomento potrei dilungarmi molto ma vi accenno solamente che per quanto riguarda la musica ho imparato ad ascoltare proprio qualunque cosa; di volta in volta mi piace esplorare filoni a cui non mi sono mai interessata, dalla rinascimentale al jazz al country/blue grass, allo swing, al rock and roll... Ognuno di questi è stata una scoperta. La musica contiene interi mondi tutti diversi e dato che non è fatta di immagini, siamo liberi di coglierne le suggestioni e vedere ciò che vogliamo, magari ad occhi chiusi.

Sempre a proposito del blocco mentale, viene suggerito anche di chiedere a qualcuno di cui ci fidiamo molto un parere contrario alla soluzione che abbiamo trovato. Questo non l'ho mai fatto e mi incuriosisce molto.
McGuinness consiglia anche delle carte che definisce molto utili, nell'articolo.
Non ne conoscevo l'esistenza. Sembra che favoriscano il pensiero divergente. A proposito, ne avete mai sentito parlare?

La prima volta che mi è stato accennato stavo chiacchierando con un mio amico che si è laureato in psicologia di cui è appassionatissimo almeno quanto lo sono io di Arte; con lui l'argomento viene sviscerato periodicamente e così leggendo questo articolo di McGuinness mi sono tornate in mente le nostre conversazioni.
Il pensiero divergente consiste nel trovare per un problema delle soluzioni che rompono con gli schemi preesistenti, per questo crea letteralmente qualcosa di nuovo. 
Secondo molti studiosi è proprio il pensiero divergente che caratterizza i creativi più floridi e luminosi del passato e del presente.

2 - Una barriera emozionale

"La creatività può essere qualcosa di intenso" scrive McGuinness - "Non è una ricerca rassicurante".
L'atto creativo è sempre preceduto da un lavoro interiore di ricerca, anche su noi stessi visto che lavoriamo con l'espressione della nostra natura, e a volte ciò che scopriamo può non metterci a nostro completo agio o addirittura farci paura. Le ansie che possono scaturirne secondo l'autore dell'articolo non sono che una forma di resistenza e portano a qualcosa che conosciamo spesso molto bene, cioè la procrastinazione.






Soluzioni: 
Le paure e le ansie devono essere in parte conosciute, accettate e poi affrontate, è inevitabile se si vuole smettere di scappare e rimandare la svolta.
Secondo McGuinness porsi degli obbiettivi e praticare meditazione può aiutare.
Io pratico entrambi e questo tipo di blocco si è eroso tantissimo nel tempo. Meditare dà la possibilità di svuotare la mente, non è "pensare" come credono erroneamente alcuni di noi ma proprio l'opposto. E quando si sgombera la mente, qualcosa di rinfrescante e rigenerante accade in seguito. C'è spazio per nuove idee, nuove sensazioni e nuovi punti di vista (vedasi punto uno).
Conoscere le proprie paure, sostiene lo scrittore, può essere come tuffarsi nell'acqua gelata di una piscina: in un primo momento il gelo entra nelle ossa e si prova un effetto shock, ma poi ci si sente rinvigoriti.
Anche pianificare è un grande aiuto: mettere nero su bianco (o il contrario, se come me amate le lavagne) ciò che bisogna fare o un intero piano di azione ci dà modo di ragionare con più consapevolezza e ordine.


3 - Abitudini disfunzionali nell'ambito lavorativo

Qui si va sul pragmatismo e mi ritrovo molto nel tipo di problematica che McGuinness esamina.
A volte, sostiene, non ci sono grandi drammi alla base di un blocco: semplicemente siamo impantanati in una situazione non adatta a noi e stiamo provando a lavorare con un approccio non compatibile con il nostro processo creativo. Questo mi fa sorridere perchè mi fa pensare che noi disegnatori abbiamo molte analogie, ma siamo anche molto diversi fra noi, e spesso quando ci viene impartito un metodo a scuola o a dei corsi o attraverso i consigli di qualche amico o collega, ci sentiamo sbagliati se quel modo di procedere non fa per noi; ci sentiamo fuori standard. Perchè se per il mio amico funziona, io non riesco?
Se ci troviamo a farci questa domanda, chiediamoci se siamo in sintonia col flusso di lavoro personale.
Cosa intende McGuinness per "abitudini"?
Tutti i comportamenti che mettiamo in atto quando ideiamo qualcosa, ancora prima di disegnare: "Lavorare troppo presto, troppo tardi, troppo a lungo, o non abbastanza a lungo. Provare troppo ostinatamente o non abbastanza. Non fare abbastanza pause o non avere abbastanza attività stimolanti."
Anche occuparsi non abbastanza o troppo a lungo delle attività ordinarie (ovvero quelle di ufficio) come rispondere al telefono, controllare e rispondere alle email, tenere la contabilità, il planning, potrebbe consumare le nostre energie mentali, disperse quindi in qualcosa che di creativo non ha nulla.






Soluzioni: 
Fare un passo indietro e osservare come un esterno i punti deboli delle nostre abitudini in ambito lavorativo.
Se si è sempre stanchi, cercare di capire se lavoriamo in un orario sbagliato della giornata, se si è schiavi della routine creare degli spazi di improvvisazione e se viceversa si è del tutto disorganizzati e questo ci fa disperdere le energie mentali e fisiche, creare una struttura più articolata che disciplina il nostro tempo.

Io per ora ho conosciuto parecchie persone (freelancer e non) che si dicono molto stanche, prive di energie, che mi chiedono "Ma come fai a fare tutte queste cose? Io arrivato alle 14 voglio già andare a dormire."
Non sono un'eroina e sono ben lontana dal volerlo essere, ma puntualmente scopro che queste persone vivono tutto nell'improvvisazione. Dimenticano le email a cui bisogna rispondere, mancano scadenze, non si ricordano dove hanno messo una tavola o passano ore a cercare un file sul PC perchè lo hanno nominato xyz.PSD.
Essere totalmente disorganizzati non aiuta; se due ore al giorno le spendiamo per cercare file con nomi improbabili, il contatto di uno dei clienti, la texture per il lavoro con l'agenzia pubblicitaria... quando lavoriamo davvero? Anzi: quanto?

In un giorno faccio molte cose e lavoro a più progetti contemporaneamente perchè scrivo tutto ciò che devo fare: sull'organizer e su un bellissimo calendario da scrivania che mi ha regalato un'altra disegnatrice (sì, ovviamente il fatto che sia illustrato e quindi bello visivamente aiuta molto: coccolatevi! L'agenda omaggio della banca è una tristezza infinita. Siamo disegnatori, non contabili.)

A questo punto, ogni tanto mi capita di essere fin troppo organizzata e imparare l'arte dell'improvvisazione (a piccoli sorsi) come descrive McGuinness potrebbe essere una buona idea, devo solo capire con che modalità provare.


4 - Problemi personali

"La creatività richiede concentrazione", scrive l'autore.
Potrebbe non essere così facile se stiamo affrontando una malattia, un lutto, una separazione, un trasloco, se siamo amati e non corrisposti, se non siamo più in grado di pagare l'affitto, se abbiamo il conto in rosso, insomma se siamo alle prese con le problematiche tipiche della vita economica e sentimentale.
E il fatto è che di solito non arrivano separate, ma due o tre per volta.
E allora che si fa?






Soluzioni:
Per Mark McGuinness ci sono due modi di affrontare la questione. Il primo è risolvere il problema e il secondo è affrontare le circostanze aspettando che le cose si mettano meglio.
Può sembrare strano ma a volte la seconda modalità è quella più difficile: passiamo molto tempo a lottare contro cose che non dipendono da noi e su cui non abbiamo controllo e così facendo non sempre riusciamo a superarle.

Per la prima soluzione l'autore suggerisce un aiuto esterno: può essere supporto dagli amici fino ad arrivare al sostegno di uno specialista.
E' un argomento scomodo perchè ci insegnano fin da ragazzini a insabbiare le cose e il fatto è che non spariscono, ma lavorano in sotterranea sulla nostra psiche e sulle nostre emozioni.
Per molti anni ho ignorato delle cose della mia vita che avrei preferito non calcolare, ma il corpo e la mente sono saldamente legati, più di quanto vorremmo, ed è così che ho iniziato a somatizzare le mie ansie e le mie paure.
O i problemi che avevo rimandato di affrontare. Prima o poi qualcuno presenta il conto e può essere molto, molto salato.
Farsi aiutare ci mette nella posizione di avere bisogno di qualcuno e può non piacerci, ma ci insegna una sana dose di umiltà e non da meno, ci può fare capire un gran numero di cose che non avevamo considerato. 
E' un vero e proprio investimento per il futuro; secondo McGuinness può essere necessario anche staccare dal lavoro per un periodo stabilito di tempo.
Se il momento è economicamente favorevole, mi trovo del tutto concorde con l'autore, concedetevelo.
Ogni tanto fa bene e non è tempo buttato via, come pensavo erroneamente: è tempo investito, perchè del resto se una persona arriva ad essere stanca e in costante penuria di idee non è comunque produttiva: tanto vale staccare e concedersi un periodo di riposo forzato e tornare rigenerati e pronti a rimettersi al lavoro, con qualità e quantità giuste di nuove soluzioni creative!
In una società che ci vuole tutti efficienti, mai malati, mai stanchi, mai afflitti, mai al limite delle forze e delle possibilità, concediamoci il fatto che siamo esseri umani, non macchine e quando è troppo è troppo.

McGuinness precisa: "[...]può esservi di aiuto trattare il vostro lavoro come un rifugio, un'oasi di soddisfazione creativa nel mezzo delle cose negative."
A questo proposito vi riporto lo stralcio di un post scritto da Carson Ellis, una dei miei illustratori preferiti.

Si intitola "Therapy" e riporta una conversazione avuta con la sua terapista.

T. "Cosa fa per la cura di sè stessa?"
C.E."Cosa intende?"
T. "Sa, cosa fa per sè stessa per ridurre lo stress. Cosa fa solo per lei?"
C.E. "Lavoro."
T."Penso che mi abbia fraintesa. Cosa fa solo per sè stessa? Per prendersi cura di lei?"
C.E. "Credo che lei mi abbia fraintesa. Lavoro."


Mi ha fatto molto sorridere perchè qualcuno potrebbe puntare il dito contro noi workaholic (cara Carson, ti capisco bene) incolpandoci di lavorare per non pensare al resto.
Ma non è sempre così, perchè quando si fa un mestiere creativo il proprio lavoro è qualcosa che abbiamo scelto e che amiamo profondamente. E anche se qualche volta lo odiamo è solo perchè lo amiamo: non ci sono mezze misure. E lavorare è un rifugio, anche quando è freddo o troppo stretto o non è luminoso abbastanza, anche se lo vorremmo arredare diversamente o ampliarlo, è sempre un rifugio.
La cosa bella dei rifugi è che possiamo anche decidere quando è ora di uscire.


5 - Povertà

Pensavo erroneamente che l'autore si riferisse al contesto monetario; in realtà, e questo è stato illuminante, la povertà può essere di vari tipi.
La mancanza di denaro è un problema per tutti e per una persona che lavora con la propria creatività può essere di forte intralcio ai suoi progetti. Pensiamo a un regista che deve rinunciare a certe soluzioni troppo costose per materializzare la sua visione delle scene, pensiamo a un pubblicitario a cui danno un budget limitato per la campagna, pensiamo (ogni riferimento è puramente fondato su me stessa) a un illustratore che ha da parte molti progetti personali ma per pagare le bollette affronta spesso delle commissioni meno allettanti in termini creativi e di crescita artistica.
E' dura, ma i soldi in parte ci legano.
Quello su cui non avevo mai riflettuto era il fatto che probabilmente ci sono altre povertà a cui far fronte.
McGuinness elenca queste: si può essere a corto di tempo, poveri di sapere e di tecnica, si può avere una rete di contatti ormai logora e di pochi spunti, non essere in possesso di alcuni strumenti necessari a lavorare.







Soluzioni: 
Anche in questo caso lo scrittore ci dà due strade.
La prima è risparmiare del denaro in vista di acquisti mirati per ciò che ci è necessario e di cui non disponiamo, prenderci del tempo, o altre risorse di cui abbiamo bisogno.
La seconda, che non va sottovalutata, è cercare di portare a termine il lavoro con ciò che abbiamo. Può essere una dura prova ma potremmo stupirci di cosa possiamo fare con un po' di pensiero divergente e ciò che abbiamo già a disposizione.
Io qui vorrei aggiungere una mia nota: è giusto, giustissimo, risparmiare per comprare nuovi strumenti, materiali, programmi, un nuovo tavolo da disegno, una settimana di isolamento dal proprio ambiente per ricaricarsi. Ma attenzione se spostiamo la responsabilità da noi stessi al fatto che non disponiamo di questo o di quello. Ho sentito qualcuno dire a un corso "Mi piacerebbe fare digitale, ma o lo faccio con una CintiQ che è il massimo della qualità, o nulla."
Quindi, o una tavoletta grafica da duemila euro o non se ne fa niente. Vorrei sapere cosa se ne potrebbe fare questa persona di uno strumento così costoso visto che casomai riuscisse a comprarlo, non avrebbe comunque nessuna esperienza in campo di disegno digitale. Potrebbe metterci anni a comprarne una, nel frattempo ha ridotto al minimo il suo potenziale lavorativo solo perchè "o il massimo o nulla".
Non suona in modo eclatante come una scusa? Ho sorriso a questa persona e le ho detto che io sono illustratrice da più di 5 anni, e una CintiQ non l'ho mai avuta.
Oppure a volte non riusciamo a scrivere e diamo la colpa alla musica dei vicini, quando magari siamo noi in realtà ad essere facilmente distraibili e sono due ore che cazzeggiamo su Facebook. Se davvero vogliamo scrivere possiamo investire in un paio di cuffie o andare col nostro portatile in biblioteca.
Insomma, facciamo attenzione: abbiamo davvero una data esigenza o ci stiamo nascondendo dietro dei capricci per non metterci al lavoro?

6 - Sopraffazione

La creatività a volte genera dei paradossi: così, un blocco può prenderci in pieno per avere troppo. Troppe informazioni, troppi strumenti, tantissime idee, molti obiettivi, così tante risorse che la testa si riempie di un ronzio perpetuo.
Vi è forse capitato, come a me succede periodicamente, un overload. Gli anglosassoni lo chiamano "burnout".
Passate qualche tempo a sfogliare libri, navigare siti pieni di gallery meravigliose. Per ore, e ore.
Finché ad un certo punto non vi sentite quasi inebetiti, confusi.
E non sapete cosa fare. "E ora?" vi chiedete.
Quella è la domanda tipica della sopraffazione. Avete assorbito troppo, e troppo in fretta e il risultato varia da un senso di spaesamento a quello di euforia a quello di annichilimento, perchè tutti sono bravissimi e voi no. Le stesse sensazioni possono accavallarsi una sull'altra nello stesso momento e questo crea una percezione ancora maggiore di disordine mentale e a volte perfino emozionale.

Ci si può sentire sopraffatti anche da moli eccessive di cose da affrontare, dai doveri, dalle aspettative altrui: troppo lavoro in poco tempo, oppure troppo tempo per uno stesso lavoro. Il risultato è il medesimo: che stress!



Soluzioni
McGuinness scrive: "E' ora di darci un taglio. Se prendete troppe commissioni imparate a dire no. Se avete troppe idee, eseguite qualcosa e mettete le altre in una cartella chiamata "di minore importanza".
Se soffrite per un sovraccarico di informazioni, iniziate a bloccare un po' di tempo libero o concentratevi su quello lavorativo. [...] Rispondete alle email a delle ore stabilite. Spegnete il telefono o lasciatelo indietro. Il mondo non finirà, promesso."

E sorrido molto a leggere queste righe, sono state le prime a darmi un senso di comprensione la prima volta che trovai l'articolo.
Non mi piace vivere attaccata al cellulare, tanto che se devo sentire qualcuno per telefono lo stabilisco prima di persona o via email.
Non mi piace dover essere reperibile ogni giorno, altrimenti avrei preso una specializzazione in chirurgia e avrei salvato vite umane.
Mi danno anche un po' ansia le persone che attorno a me guardano costantemente lo schermo, pensando che se perdono di vista il display per qualche ora, si attiverà l'ora del giudizio. Io internet sul cellulare neppure ce l'ho. Me l'hanno regalato e non ho mai iniziato ad usarlo.
Sapete una cosa? Non lavoro meno per questo.
E le altre persone (ma anche la sottoscritta) hanno imparato che il mio tempo non è a completa disposizione in qualunque momento della giornata: a volte dormo, a volte non sto bene, a volte sono in vacanza, a volte sto semplicemente disegnando (sono una disegnatrice o no?) e ho bisogno della mia concentrazione.
Il mondo può aspettare. 
In questo libro di Scott Belsky viene sottolineata la differenza fra lavoro attivo e lavoro reattivo.
Il primo è ciò che facciamo davvero, il secondo è quello che ci troviamo a fare per conseguenza, per accomodare altre persone, per rispondere alle email... Ogni tanto naturalmente è necessario, ma quando il secondo prende il sopravvento sul primo, è matematico che ci sentiamo sopraffatti. E irritati e calpestati.
Ma attenzione perchè potrebbe essere colpa nostra: non siamo forse noi a dare il tempo che le altre persone si prendono?


7 - Guasto alla comunicazione

Quando lavoriamo come freelancer, capita di fare parte di un team.
Per un libro, per una campagna pubblicitaria, ma alcuni di noi (o meglio dire la maggior parte?) si trovano a sbrigare le proprie commissioni e la propria parte di lavoro da soli.
Ciò non toglie che ci sono occasioni in cui dobbiamo far fronte all'idea di lavorare con altre persone. A volte è facile e piacevole, altre volte bisogna fare uno sforzo non da poco per creare una sinergia funzionale ai fini della buona riuscita del progetto.
Altre volte i conflitti con gli altri sono solo nella nostra testa: McGuinness porta l'esempio di come possiamo immaginare che un nostro lavoro sia disprezzato dagli altri. Può anche capitare davvero.
Comunque vadano le cose, restiamo dipendenti da una reazione esterna e questo può bloccarci.
Pensiamo solamente ad alcune situazioni concrete in cui il contatto con gli altri può bloccarci:

- L'amico/collega che si lamenta perpetuamente. Niente di più spossante che accollarci le lamentele di qualcuno che si lagna per sport. Facciamocene una ragione: alcune persone sono più propense di altre a vedere sempre e solo il lato negativo nelle situazioni. Si dicono realisti, ma non è vero, anzi probabilmente il loro vedere sempre la sezione vuota del bicchiere li fa sentire anche un po' superiori, perciò non c'è cosa che possiamo dire per far cambiare idea a quello che è un vero disfattista.
- Il prepotente in un lavoro di team. Non ascolta nessuno; non solo ma spiega anche perchè. I presenti non sono preparati quanto lui, le vostre idee non saranno mai all'altezza delle sue e se le proponete è infastidito, salvo poi magari utilizzarne una prendendosene la paternità.
- L'autore o lo sceneggiatore invadente: non ha capito che la storia non è solo sua e mette il becco su qualunque vostra scelta. "Io non lo immaginavo così nella mia testa." Il grande classico horror. Viene da chiedersi perchè non disegni le sue storie... Ah già, non sa disegnare.
- L'art director terrorista: vi dice che la tavola serve per l'altro ieri. Dopo 72 ore ininterrotte di lavoro, gli spedite il file pronto e scoprite che è partito. "Ah scusami, ero in vacanza da tre settimane. A Bali." Ci tiene anche a farci sapere che non si è limitato a spostarsi in Romagna.
- L'editore alla festa esclusiva. Con un po' di fortuna è simpaticissimo e ovviamente molto corteggiato durante il brunch o la serata. Ma potreste anche scoprire che in realtà vive nella convinzione che le sorti del mondo dipendano da lui. E anche la vostra, soprattutto.
Se le persone importanti vi mettono soggezione la frittata è fatta: passerete tutto il tempo a chiedervi se siete all'altezza di rivolgergli la parola e vi trascinerete dai tramezzini alla sala mostra con un sorriso ebete che sperate di non incrociare mai in uno specchio.
- Last but not least, il collega miracolato. A leggere ciò che scrive, sembra che solo lui lavora e lo fa solo a cose belle, meravigliose, e tutti gli fanno i complimenti ogni ora della commissione e si ritengono talmente fortunati a lavorare con lui che nemmeno Moebius o Toppi potrebbero essere una scelta migliore di lui.
Attenzione perchè avercelo sui social network è come avere un'aspirante Miss Italia. Quando meno ve lo aspettate, vi alzate una mattina con l'emicrania e la luna storta e nei feed leggete il suo ennesimo post in cui ringrazia il team, ma anche la mamma e le prozie "Grazie, per avere creduto in me!" e vi chiedete se lo stia scrivendo in diretta dal pulpito degli Oscar con le lacrime agli occhi.


Provare invidia o senso di inadeguatezza è un attimo, anche se l'ultimo mese abbiamo avuto solo una domenica per vestirci come esseri umani e non sembrare scappati di casa e quindi siamo consapevoli di avere come si suol dire, lavorato come schiavi.




Soluzioni:
E allora, come si fa?
Lavorare su un eremo non si può.
Secondo l'autore dell'articolo originale, infatti, dobbiamo sviluppare delle buone capacità di comunicazione.
Bisogna accettare l'idea che no, non tutte le persone che si interessano di ciò che amiamo anche noi sono adatte al nostro modo di essere e di percepire. Non tutti possono essere simpatici e non a tutti possiamo andare a genio.
Inoltre, non possiamo passare il nostro tempo a screditare le opinioni degli altri, ma nemmeno dobbiamo sforzarci di compiacere ad ogni costo qualcuno. 
Qualche settimana fa spiegavo a una mia amica e collega quanto mi piacessero i lavori di una illustratrice che entrambe conosciamo. Ho scoperto che lei li trova altamente insipidi perchè i personaggi non sono espressivi. Io ho riconosciuto che ciò che sosteneva la mia amica è vero: solo che io non lo vedo necessariamente come un grave difetto, soprattutto perchè nel mercato in cui lavora questa collega l'espressività dei personaggi non è qualcosa di necessario. Perchè lo riporto come esempio? Per farvi capire che ciò che infastidisce una persona, può non costituire un problema per qualcun altro.
McGuinness scrive che a volte "si tratta di farsi una pellaccia spessa per il rifiuto e la critica. Mostratemi un creativo che non abbia mai sofferto per un ostacolo o una cattiva recensione e starete puntando il dito a una superstar".
Anche quando ammiriamo qualcuno cerchiamo di non enfatizzare troppo la sensazione che sia ultraterreno.
Questo vale per un artista che amiamo o per l'editore con cui vorremmo lavorare, che appunto magari in realtà è simpatico e carino e non sa perchè ci siamo stampati in faccia quel sorriso ebete e un po' inquietante dallo scorso brunch.

Una menzione d'onore poi meritano timidezza e introversione, che l'autore dell'articolo cita per primi, ma che ho lasciato per ultimi per chiudere in gran bellezza.
Io ve lo dico col cuore in mano: odio le feste. Odio i vernissage. Odio le occasioni mondane in cui si va a fare ciao ciao con la manina e il vestito buono. Ho il terrore dei saloni pieni di gente, essere fotografata mi mette il disagio massimo.
Sono introversa, anche se non timida.
Né la timidezza né l'introversione giustificano una totale chiusura alle persone. Il mestiere di disegnatore richiede molto tempo da soli, ma anche delle (tadaaan!) capacità di comunicazione. Fa parte del gioco.
Serve per lavorare, perchè e questo è valido in quasi qualunque ambito lavorativo, i contatti sono importanti. In gergo lo chiamano "fare network" (qui nella super business Milano anzi, è l'espressione più in voga).
Non sto parlando di raccomandazioni (vi vedevo già lì a dire "e ti pareva, che Paese ingrato!) ma della giusta dose di savoir faire che aiuta ad allacciare collaborazioni, progetti, e a conoscere persone con cui costruire qualcosa o più semplicemente stringere amicizie stimolanti.
Può essere interessante; se siete degli estroversi super amichevoli e compagnoni la cosa potrebbe non suscitarvi un grande problema ma in caso contrario potete studiare degli escamotage. Io per esempio ho scoperto che se compro degli occhiali strani con cui presenziare agli eventi mi sento molto a mio agio.
E' un po' una carnevalata, ma mi diverte, e quindi perchè no?
Pensiero divergente, soluzioni personalizzate!


Per concludere, vorrei dire che non si parla mai abbastanza di blocchi creativi. Un po' perché, come scrivevo nel mio scorso post, ognuno di noi pensa di essere il primo a sperimentarne uno o di viverne uno di quel livello e un po' perchè ciascuno di noi se ne vergogna per motivi differenti.
L'importante è invece tenere a mente che non siamo mai, né in tale momento né in assoluto i primi a provare quelle sensazioni e a vedersi materializzare in mente un certo genere di pensieri inerenti la nostra creatività e il nostro valore come disegnatori o pittori o scrittori, o sceneggiatori, o scultori o musicisti...

Riconoscere invece che tipo di blocco (o di più blocchi coesistenti) stiamo passando ci consente di affrontarlo invece che subirlo.

Sono molto curiosa di sapere se e come avete affrontato dei blocchi creativi: se è vero che siamo tutti diversi e non per tutti funziona la stessa cosa, abbiamo dei territori comuni e delle analogie che ci rendon simili. I commenti sono aperti, anche se moderati. :)


09/lug/2014

Ma succede proprio a tutti tutti? Storia di un blocco creativo e di quanto poco se ne parla

Era un po' che pensavo di scrivere questo post, ma non era mai il momento giusto. Così ho aspettato che si facesse avanti per conto suo.
Ci tengo a condividerlo perchè penso che una ventata di sincerità sul vivere da creativo (inteso come: vivere con un'attività creativa, non dò chissà quale peso a questa parola,a scanso di equivoci o polemiche) possa fare bene, in questa perenne allure di invincibilità e perfezione che siamo abituati a confezionare, mostrare e ammirare anche negli altri, e che finisce con l'allontanarci da una visione serena e realistica di creativo.
Proprio stamattina ho ricevuto una newsletter in cui mi invitano all'ennesima mostra di illustrazione. L'inaugurazione è stata qualche giorno fa; le foto raccontano quello che tutti noi che seguiamo illustrazione e fumetto sappiamo molto bene.
Visi felici, bei vestiti, la location un po' glamour, tutti strafighi, tutti convinti di ciò che fanno, tutti senza macchia e senza paura.
Ma siamo sicuri che c'è solo quello?
Non è che semplicemente, è l'unica cosa che si racconta?
La presentazione del nuovo libro, la mostra in centro città o all'estero, l'intervista per il magazine, le dediche al salone del fumetto.
Sono cose che vivo anche io, che ho fatto anche io, che mi piacciono, ma ci terrei a dire che si deve parlare anche della parte buia di questa bellissima luna.
Altrimenti il rischio è di pensare che non ci sia altro per noi. E di gonfiare un po' troppo le aspettative.
Per due libri che escono, altri tre non sono stati comprati da nessuna casa editrice. Per un cliente grosso che un disegnatore è riuscito ad avere nella sua rosa di clienti, altri dieci lo hanno perfettamente ignorato. Dietro un portone aperto ci sono dieci porte sbattute sul naso. Forse è il caso di raccontare anche la parte scura della luna. Ci rende umani; forse è meno glamour parlarne rispetto all'ennesima mostra in cui ci si sente importanti e ammirati, ma va fatto.

Ecco come può andare quando le cose non funzionano per un disegnatore...

A febbraio mi sono caduti sulla testa i calcinacci di un tetto che si stava sfaldando da qualche mese, dall'estate prima. La vita di un disegnatore è fatta anche di tante cose che col disegno non hanno nulla a che fare, però hanno il potere di ripercuotersi anche sul disegno.




Ero nella camera di un bel bed and breakfast nel centro di Torino, seduta per terra, con le chiappe ben assestate su un tipo di parquet molto lucido, di quello che piace a me.
Disponevo di due belle lampade di ultra design, una arancio e una blu, che coloravano la stanza mentre fuori pioveva, suonando le grondaie delle case di ringhiera e i comignoli fumanti.
Ho sempre voluto una stanza così, a casa mia. Con una grande finestra che dà sui cortili pieni di ballatoi e rampicanti.
In mano tenevo una tisana alla violetta, mi scottava il palmo ma trovavo il contatto rassicurante e quasi remoto.
Sarebbe stato tutto perfetto, una splendida serata di relax dopo una bella camminata per il centro storico e un tè con alcune amiche illustratrici.



Ero a Torino per diletto stavolta, non per lavoro.

Eppure qualcosa non funzionava.
Quello che tenti di non ascoltare e vedere per mesi, all'improvviso ti piomba addosso e tu sei costretto ad averci a che fare.
E quando sei da solo in una città che non è la tua, in una stanza che non è la tua e tutti gli amici ti hanno salutato per tornare a casa, è più facile che certi pensieri non si disturbino a venire a bussare; arrivano e sfondano la porta e se sei pronto bene, se non sei pronto ti coglieranno in pigiama e con l'aria stravolta, per niente presentabile.
E' per questo, credo, che chi si affligge in certi pensieri ha l'aria stanca e si definisce "il fantasma di sè stesso".
Se certe riflessioni fossero tanto educate da presentarsi con un minimo preavviso ci faremmo trovare pettinati e con un'aria decisamente più dignitosa. Io sicuramente.

Mi sono sentita sopraffatta.
Nel pomeriggio una collega che stimo molto mi aveva fatto vedere le tavole meravigliose di un progetto che stava preparando per un grosso editore. Vederle dal vivo è stato qualcosa di eccezionale e intenso per me, soprattutto perchè non lavoro praticamente mai in tradizionale e per quanto per ora non mi abbia mai sfiorato l'esigenza di farlo (non per lavoro almeno) mi piace molto vedere gli originali di altri autori.
Avevo anche assistito alla giornata di lavoro di una mia cara amica e collega, con entusiasmo e partecipazione. Ero contenta di essere lì, anzi a dirla tutta non avrei davvero voluto essere da nessun'altra parte.
Poi però, mi sono trovata da sola, io e i miei fantasmi. Se viaggiate parecchio, probabilmente sapete che i vostri fantasmi fanno parte del bagaglio: potrete andare ovunque e potrete avere le valigie piene fino all'inverosimile, ma un posticino per questo o quel fantasma lo si trova sempre.
Tutti li abbiamo.

Un disegnatore ogni tanto, potrebbe portarsene dietro qualcuno più articolato e particolare di altri. Non peggiore, attenzione: non mi piace chi si vanta di essere una vittima d'elezione rispetto ad  altre categorie di persone.
Ognuno ha i suoi piccoli e grandi drammi.
Io però sono disegnatrice e quindi alcuni dei miei fantasmi riguardano il disegno e la creatività.
I fantasmi del disegno sono come gli spiriti descritti da Dickens ne "Il canto di Natale". Ci sono quelli del disegno passato, quelli del disegno futuro e quelli del presente.
Di solito si fanno vivi assieme e come scrivevo poco fa, amano le sorprese e soprattutto auto invitarsi.
Generalmente sono poco educati anche fra loro: infatti si parlano sopra uno con l'altro, perciò mentre tu come disegnatore pensi ai tuoi disastri passati riesci anche ad angosciarti per il futuro.

Sono riflessioni che prima o poi toccano a tutti: cosa sto facendo, e soprattutto lo sto facendo nel modo in cui volevo?
E se invece avessi sbagliato tutto? E se ciò su cui ho basato la mia vita intera stesse franando sotto il peso di una decisione sbagliata?

Quella sera mi sono quasi sciolta su quel parquet scuro e la cosa che mi aveva più stupita nei rari momenti spietata lucidità in quel delirio di enormi e spaventose domande, era l'istinto di nascondermi sotto al letto contro cui ero appoggiata.
Non so per quanto sono rimasta così; so solo che ero intorpidita, stanca di quel silenzio pieno di pensieri aggressivi e di pioggia sui vetri. Nella mia testa, in quel momento, nulla di ciò che avevo fatto, che stavo facendo e che stavo per fare in quel periodo come disegnatrice mi soddisfaceva.
Mi sembrava tutto senza senso.

Ero arrivata proprio al limite: solo pensare all'illustrazione mi provocava un peso dietro allo sterno.
Non fraintendetemi, non avevo smesso di disegnare, anche perchè e sono consapevole del fatto che dirlo è un atto senza alcuna poesia, non me lo posso permettere.
Io sono una lavoratrice e quando devo disegnare disegno e consegno. Ormai mi sono abituata a disegnare senza ispirazione e a farlo comunque al massimo delle mie possibilità, mi sono abituata a disegnare durante lutti, malattie, col caldo, quando gli altri sono in vacanza, sempre. Non aspetto "il mood giusto", mi ci devo mettere.
Non è freddo e non è crudele, è solo un patto che abbiamo stretto io e il disegno.

Perchè, e lo sapete anche voi, ogni rapporto di qualunque tipo si basa su un patto (di solito tacito). E ogni rapporto stretto prima o poi soffoca un po' e bisogna prendere le distanze.
Succede quando si è in simbosi.
Ogni tanto noi disegnatori ci confondiamo coi nostri disegni, per questo ci offendiamo nel profondo quando ce li criticano, quasi sempre.
Perchè "confondere", fateci caso, è "con-fondere". E noi ci vediamo molto spesso come disegnatori prima che come persone.
E' che il disegno fa parte di noi, è la nostra intrinseca natura.
Qualche tempo fa ho messo da parte delle persone nella mia vita che non accettavano questa enorme fetta della mia personalità.
E questo cosa vuol dire? Che ho voluto difenderla!

Eppure in quella camera di Torino, l'avrei voluta incenerire. Volevo che mi lasciasse in pace una volta per tutte.
La odiavo e la amavo con la medesima intensità e quell'odio e quell'amore mi fremevano sotto la pelle, forse era quello a sfinirmi.
Ero vigliacca: non volevo la responsabilità di aver scelto di realizzare un sogno. Volevo tornare indietro, fra quelle persone che si lamentano che i sogni sono fatti per restare tali. A volte sarebbe più comodo.

Mi sono addormentata vestita, truccata, sopra al piumone. Alle sei, mentre albeggiava, mi sono resa conto per la prima volta dalla sera prima di com'ero ridotta.
Non so se vi è mai capitato di litigare violentemente, con quella rabbia che vi frantuma le corde vocali anche nel silenzio, ma quella spossatezza tipica del post litigio io ce la avevo fino nelle ossa.
Ero ammaccata, infreddolita, e con gli occhi pesanti mi sono trascinata sotto la doccia bollente per un'ora buona.
Era svanito tutto: erano svaniti la rabbia, il risentimento, ma anche qualunque amore e interesse. Una catarsi.
Ancora in accappatoio sono rimasta a fissare per qualche istante il portatile rimasto acceso tutta la notte.
Non avevo nessun istinto a farlo uscire dallo stand by per leggere i feed di illustrazione che quasi ogni mattina consulto mentre faccio colazione. "No, non mi interessa" ho detto a voce alta.

Ho chiamato questa mia amica illustratrice e le ho detto che ci saremmo viste nel pomeriggio, accennandole della nottata terribile appena passata. Era dispiaciuta, ma sicuramente non sapeva di cosa stavo parlando, figuriamoci; sicuramente comunque non nel concreto.
E' proprio come essere innamorati, se ci pensate.
Quando ci si innamora, sembra che siamo innamorati solo noi: se siamo felici, nessuno è felice come noi e se stiamo male per amore, nessuno sta male tanto quanto stiamo male noi.
Siamo i primi esseri sulla Terra a sapere cos'è quella data cosa, illuminati da un teatrale faretto nel buio, primi depositari di un sentimento fino a quel momento sconosciuto.
Ho lasciato che la mia amica vivesse la sua normale giornata da illustratrice freelance; l'ho lasciata a cose che io stessa conoscevo e conosco, ma con uno strano senso di estraneazione.
Non sentivo che mi appartenevano come prima. Non dopo quel brusco litigio, per lo meno. Io non appartenevo a quella routine.

Sul mio diario (scrivo sempre 3 pagine al giorno tutti i giorni) ho scritto:
"Come siamo vigliacchi noi esseri umani. Molti mi hanno detto che sono coraggiosa ad avere inseguito il mio sogno. Non sanno che è stato lui a inseguirmi e che io in realtà mi sono passivamente abbandonata a ciò che sapevo fare meglio perchè non ho mai visto altre opzioni, nient'altro che mi chiamasse e per cui fossi adatta."


Non importa se lo facciamo per mestiere, quindi per vivere, o se lo facciamo per sopravvivere ad un altro lavoro che magari non ci gratifica. Non importa perchè se lo viviamo con passione, prima o poi questi tormenti arriveranno. Se non arrivano è un hobby in cui non abbiamo investito tanto, non è una storia seria.
Avete mai sentito di storielle che suscitano grandi litigi e stravolgimenti? No. Perchè emotivamente non è stato investito nulla.




Quella stessa mattina ho coccolato il gatto di casa, un indolente persiano, sono uscita sui ballatoi a camminare, guardando colf affaccendate nelle case della Torino bene, impiegati prepararsi per andare al lavoro, intrepidi pensionati in boxer che nel pieno di febbraio fumavano la sigaretta post caffè sul balcone, signore che innaffiavano piante grasse, cagnolini annoiati che guardavano uno spiazzo sempre identico da chissà quanto.
E ho capito perchè devo disegnare. C'è troppa bellezza, ovunque e c'è troppo umorismo ovunque si guardi.
C'è troppa storia, c'è troppa narrazione ovunque mi giro. Io li vedevo già disegnati, tutti.
E allora, mi sono fatta un'ultima domanda: perchè non mi stava piacendo disegnare, da mesi? Perchè anche se lo facevo, niente aveva senso e niente sembrava degno di nota?

Non trovavo risposta. E più la cercavo, più avevo quella sensazione di averla intravista, sfuggente, come quando vedi qualcuno che conosci in mezzo alla folla in centro a New York e poi viene sommerso dagli altri, e allora non sei più tanto sicuro che fosse proprio quella persona lì, forse ti eri sbagliato.

Quella stessa mattina ho trovato nella mia camera del bed e breakfast un libro che non conoscevo. Alto, senza sovracopertina né illustrazioni. Si intitolava "Wildwood" scritto da Colin Meloy.
"Aspetta un secondo!" mi sono detta "Ma Colin Meloy è quello dei Decemberists!" è un gruppo indie folk che seguo da anni e anni.
Quando ho aperto il libro però ho scoperto che di illustrazioni ne aveva eccome, mi son sentita sinceramente perseguitata.
E quanto mi piacevano quelle illustrazioni. La stessa illustratrice, Carson Ellis, non l'avevo mai sentita prima d'ora. Le tavole erano fresche, originali, mai leziose e straordinariamente lontane dal gusto italiano e da ciò che qui viene spesso spacciata come l'unica illustrazione possibile.
Lì per lì ero interessata alla storia che mi stava molto piacendo (infatti poi ho letto tutti e tre i libri della saga) ma più mettevo gli occhi su quelle tavole a pagina intera e sugli splash più mi riconciliavo con l'illustrazione.

Però mi sentivo ferita e continuamente tradita dal disegno.
Perchè non potevo essere serena come tutti gli altri disegnatori che mi circondavano?
Perchè io dovevo vivere questa cosa in maniera così tumultuosa, mentre gli altri vanno avanti tranquilli, senza mai un passo falso?
Com'è possibile che agli altri vada sempre tutto bene, non inciampino mai nel cliente poco serio, nell'editore spocchioso, nel progetto che non incontra la qualità del proprio operato, perchè sono sempre felici e io invece sto così?
Un altro mare di domande formava un'ondata di nuovo risentimento, e non sapevo nemmeno bene se fosse più verso me stessa o verso il disegno stesso.
Quando pensi queste cose ti senti poco meritevole di fare quello che fai, ecco.

Nel pomeriggio mi sono vista con la mia amica e le ho parlato di questo. Solo io so quanto mi è costato, mi sarei voluta seppellire.
Provavo una vergogna estrema.
Ma visto che l'unica alternativa era odiare il disegno non avevo molte altre possibilità di guardare la cosa in faccia.
Tanto valeva vuotare il sacco.
Mi vergognavo di dire quelle cose, di pensarle, e mi vergognavo di dirle a un'altra persona che sicuramente pensavo, non c'era mai passata.
Ricordiamoci che quando siamo innamorati e stiamo male per qualcuno che non ci corrisponde noi siamo i primi esseri umani a cui succede: gli altri non sanno cosa sia quel dolore. L'ho già scritto prima.
Mi vergognavo di dirlo a lei anche perchè è forte, è creativa, è brillante e la ammiro molto come artista e come lavoratrice.
Non ridete, ma non l'avrei mai pensato: sapeva benissimo quello di cui stavo parlando. Lei, forte, brillante creativa e super laboriosa.
Non mi sarei mai immaginata che lei stessa avesse passato quella rabbia e quella frustrazione e quella sensazione di spegnimento. E che ci cadesse periodicamente, oltretutto, come me.
"Morena, il fatto è che ci passiamo tutti ma nessuno te lo viene a dire!"
Ah si? Davvero? Per me era una vera rivelazione.
Ma ci passano tutti tutti?

Qualche settimana più tardi ho partecipato alla conferenza che Gipi (mica uno qualunque: proprio Gipi) ha tenuto al WOW!, museo del fumetto di Milano e per poco non mi sono trovata in lacrime (ancora! Santo cielo questi rubinetti perdono troppo).
Parlava di un blocco enorme da lui vissuto, di come niente gli sembrava avere un grande senso. Di cose che io quella notte di due settimane prima avevo passato a Torino, sola coi miei fantasmi.
Anche lui aveva i suoi. E ci aveva fatto a botte. Non sempre ne era uscito vincitore. Qualche volta si esce ammaccati.
Ancora una volta però pensavo di essere quasi sola.
Io e Gipi.
Figurati, gli altri non sapranno di cosa parla.
Come siamo egocentrici noi esseri umani.
Mi sono guardata attorno; ero in seconda fila e dalla terza fino in fondo alla sala gremita quanta gente annuiva, carica di comprensione.
Lì ho capito che tutti stavamo pensando la stessa cosa: se succede a Gipi, perfino uno come Gipi, forse c'è ancora speranza.
Tutti ci eravamo passati, forse lo stavamo vivendo anche in quel periodo. Quella settimana, quel mese, quell'anno.

Si coltiva tanto questa immagine del creativo sempre fiammante, infallibile, che sa sempre cosa dire, cosa fare e lo fa sempre al meglio. Che non ha mai dubbi e ripensamenti e crisi e blocchi creativi.
Si coltiva così tanto questa immagine di super-creativo che si finisce col pensare di essere sbagliati e unici nel proprio blocco.

Nessuno te lo viene a dire, eppure...succede proprio a tutti tutti.
Tutti tutti.

A parte una categoria di persone: quelle che vi mentono e negano questa verità, perchè pensano che avere fantasmi sia per gente che non è all'altezza di vivere da creativo.
A loro auguro un buon parquet dove poggiare le chiappe, e degli amici sinceri come quelli che ho io.

07/lug/2014

Corso di Illustrazione Digitale con Paolo Domeniconi

Io amo l'estate.
La amo come stagione e ancora di più da quando sono illustratrice.
Infatti, l'estate è quel momento dell'anno in cui faccio un po' di bilanci e mi preparo per il nuovo anno, che per me ricomincia a settembre.
E in autunno partono tutte le cose nuove che possono interessarmi. Lo scorso ottobre mi sono regalata questo bel corso di Paolo Domeniconi a Follonica; viene riproposto anche quest'anno e mi sento di consigliarlo sia per il bravissimo docente, sia perchè è proprio ottima l'esperienza che si vive.
Ne avevo a lungo scritto in questo post. Ne ho ancora un bellissimo ricordo.



Immagine ingrandibile


LINK E INFO UTILI

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