15/ott/2014

Davide Calì intervista Nicolas Gouny, l'illustratore "tardivo"

Davide Cali
Nicolas Gouny: l’illustratore tardivo

Ho sempre pensato che l’illustrazione, come del resto il fumetto, fosse un mestiere da intraprendere da giovani. Diversamente dalla scrittura, che spesso convive con altri mestieri e che altrettanto spesso le persone scoprono anche tardi nella vita, il mestiere del disegnatore richiede una dedizione totale e una preparazione tale, che mi è sempre sembrato un qualcosa di impossibile da cominciare dopo aver già fatto altre cose. Perlopiù la realtà conferma questa regola non scritta, ma per ogni regola esiste l’eccezione.
Qualche tempo fa ho incontrato a un salone Nicolas Gouny, un illustratore francese di cui conoscevo il lavoro e ci siamo trovati a chiacchierare. E’ così che ho scoperto il suo percorso piuttosto singolare e ho deciso di condividerlo con i lettori di Roba da Disegnatori.




Penso che i lettori italiani non ti conoscano. Hai voglia di presentarti?
Mi chiamo Nicolas Gouny, abito con la mia famiglia in una campagna molto verde e piena di mucche nel mezzo della Francia, una casa dalle persiane blu in cima a una collina.
Sono autore e illustratore di libri per bambini da qualche anno. Mi piacciono il biathlon, i libri, le giraffe, gli elefanti, la corsa, la musica e il rugby.

So che sei arrivato tardi all’illustrazione. Cosa facevi prima?
Lavoravo in ufficio e mi occupavo di libri didattici per gli insegnanti di francese. Prima ancora ho fatto lunghi studi di economia e letteratura.




A che età hai cambiato mestiere e cosa ti ha dato voglia di dedicarti all’illustrazione?
Ho iniziato quando i miei bambini erano piccoli, verso i 30 anni. All’inizio disegnavo per me e per loro, non pensavo di diventare illustratore. Poi ho iniziato a postare i miei disegni su internet, sul sito deviantart.com, quindi un piccolo editore mi ha contattato e da lì è partito tutto.
Dopo qualche tempo ci siamo spostati in campagna (prima abitavamo fuori Parigi) e ho lasciato l’impiego un po’ noioso che facevo e l’illustrazione è diventata il mio nuovo lavoro.

Hai seguito dei corsi per imparare a disegnare? In quanto tempo sei diventato un professionista?
Non ho mai fatto corsi di disegno, non ho frequentato scuole d’arte, ho imparato da solo e continuo a farlo, sperimentando, sbagliando e correggendo, e guardando gli altri. E’ un metodo abbastanza punk! Disegno dai quasi dieci anni e lo faccio per mestiere da 7.

Quanti libri hai pubblicato? E mediamente quanti ne fai l’anno?
Ho smesso di contarli, ma sono circa sessanta. Ne disegno tra i 5 e i 12 ogni anno.





Rimpiangi mai il tuo vecchio lavoro? Ha mai pensato di tornare indietro?
No, non conto di tornare indietro, non ho più voglia di un lavoro dipendente, amo la libertà, anche se mi piaceva prendere il treno per andare in città a lavorare, mi piaceva Parigi e la sua periferia. Ma niente rimpianti. Ho voltato pagina!

Fai qualcosa oltre a libri per bambini? Illustrazione per la presse? Laboratori?
Disegno un pochino per la presse (Toupie, Terra Eco), faccio laboratori nelle classi in occasione dei saloni. Ho illustrato anche giochi, carte, posters, agende e un po’ tutto quello che richiede illustrazione. Oltre a disegnare mi occupo anche di una piccola cooperativa amorosa con mia moglie, La parenthèse enchantée www.la-parenthese-enchantee.fr un’etichetta che produce bijoux a partire dai miei disegni.



Hai qualche nuova voglia, dopo l’illustrazione? La musica? L’animazione?
Mi piacerebbe fare animazione ma quando vedo il numero di persone e il tempo che occorrono per un film, mi dico che non è roba per me. La musica, sì, sarei tentato. Se avessi tempo mi piacerebbe mettere su una one-man-band di musica dark-funeral-metal-drone-ambient. Mi piacerebbe anche metter su un festival di musica drone sperimentale nella mia campagna. Un’idea per far vivere per animare il posto dove vivo.

LA PAGINA FACEBOOK DI NICOLAS GOUNY:

BIBLIOGRAFIA



14/ott/2014

Vivere Freelance: L'importanza della Mano Windsor e del "network pulito"

Qualche giorno fa tornavo dallo studio constatando che, nonostante non ci siano state grandi variazioni termiche dal mese di settembre, l'umidità fa percepire una temperatura minore. Morale: io ho sempre freddissimo e sopravvivo ingollando quantità industriali di tisane al ginseng. Il tragitto fra la fermata del tram e quella della metropolitana costituisce per me un brutale scossone, dopo essermi acclimatata e crogiolata nel calore dell'ammassamento umano sui mezzi pubblici.

Qualcuno forse avrà notato che ultimamente mi perdo a scrivere di condizioni climatiche: se è vero che lamentarsi è gratis, è pur vero il meteo influenza molto ciò che penso e soprattutto, ciò che faccio. Perciò questa nota non è casuale.
Infatti, sapevo da un paio di settimane che ci sarebbe stato un vernissage molto atteso (so che qualcuno è allergico ai termini stranieri, perciò Google è venuto in nostro soccorso) e per questo sono stata assalita dallo spleen autunnale all'idea di andarci con quel tempo, nonostante mi fossi preparata perfino un paio di cose da mettermi per l'occasione.
Nella mia testa ha iniziato a roteare come uno screensaver il messaggio "Non ho nessuna voglia e non lo farò" e io so quanto può essere forte quell'ascendente sulla mia forza di volontà.
Perchè io sono un'instancabile lavoratrice solo e soltanto se si tratta di disegnare, ascoltare il cliente, consegnare. Perchè alle superiori venivo chiamata "Culo seduto" e non era certo un caso.
Le nottate non mi fanno paura (sebbene la mia età non mi consenta più gli after e cerchi di limitarli, e in ogni caso non vanno mai oltre le due del mattino) così come non temo in nessun modo i festivi se sono in scadenza o i sabato sera a finire delle tavole. Se c'è da farlo, lo si fa. Non procrastino in nessun modo il fare ordine fra fatture e contratti, la mia agendina e il mio calendario da tavolo sono un campo di battaglia di croci di ogni colore che con grande soddisfazione traccio sulle cose fatte (qualche volta scrivo anche quelle già fatte e poi le crocetto: vuoi mettere la soddisfazione?)

Il discorso cambia se devo mettere in atto la Mano Windsor.
Lo so che vista così può sembrare un'assurda scemenza:

Questo articolo esiste e si compra(va) qui
ma la Mano Windsor può cambiare tutta la vita di un disegnatore freelancer (però il network non è tutto, abbiate la forza di arrivare a fine articolo e vedrete perché).
E anche Queen Elizabeth, che è una delle donne più potenti del pianeta dopo J.K. Rowling, lo sa.
Ilaria Urbinati durante la quinta tappa del nostro workshop itinerante "Il sogno e il mestiere" che si teneva in provincia di Bari, parlò inizialmente dell'importanza di "andare a fare la mano a paletta", ma quando notò un certo stupore (compreso il mio) fra il pubblico spiegò che era "La mano Windsor", ottenendo maggiore comprensione. Chiaro, no?


Cos'è la Mano Windsor e perché è così importante

Al di là del disegno, illustratori e fumettisti freelancer devono essere bravi nel curare tutto ciò che ruota attorno (cioè all'esterno) al tavolo da disegno.
Nessuno mette in discussione che il livello di qualità debba essere altissimo e professionale, ma se è vero che la maggior parte dei disegnatori sono creature solitarie e un po' timide (quando non apertamente poco socievoli) dovrebbero imparare che al pari del proprio operato, promozione e relazioni pubbliche non sono da meno nella costruzione della propria figura da professionisti.

Ecco cos'è la Mano Windsor: è la buona capacità di apparire in pubblico ed essere presenti quando necessario, con charme e buona creanza.
Con quel garbato ed aggraziato distacco che ci dà il modo di ricordare che è lavoro, che stiamo salutando con la nostra manina dei potenziali collaboratori, compagni di progetto e perché no, nuovi clienti. Il distacco deve essere solo leggermente percepito dal potenziale collaboratore, ma non evidente né freddo. 


Nota sui freddoni: Chi ha bisogno di apparire molto distaccato e sostenuto o perfino aggressivo fa chiaramente la figura del timido e dell'insicuro.
I Windsor in pubblico non sono distaccati perché insicuri, bensì per il motivo opposto: sono perfettamente consci della propria superiorità sociale sui presenti, perciò non hanno nessun motivo per ostentarla. Così, il bravo freelancer viveur prende spunto da loro e non necessita di darsi arie da uomo o donna di mondo mettendo a disagio il suo prossimo: sicuro del suo valore professionale, non sente il bisogno di aggredire le persone con un piglio autoritario o di dimostrare ciò che sa o chi conosce, con superbia. Se qualcuno si sente davvero all'altezza degli altri non ci pensa neppure a trovare stratagemmi per metterli in una posizione di "sudditanza".
Quando mi capita di incrociare delle persone che vedo chiaramente divertirsi a cercare di mettermi a disagio non posso fare a meno di pensare quanto in realtà si sentano messe sotto esame e insicure delle proprie capacità. Ad un certo punto mi sento perfino divertita e ottengono l'effetto opposto. Ecco svelato perché è davvero raro che qualcuno riesca a mettermi soggezione, per quanto possa essere famoso e pluripremiato. Tenetelo presente quando vi capita o quando specularmente, siete voi ad avere necessità di mostrarvi aggressivi o superbi. Cosa vi sta mancando per essere a vostro agio? Quali capacità? Cos'è che vi sta facendo sentire braccati e messi alle strette? Avete paura che la vostra preparazione venga messa in discussione?


La Mano Windsor è una vera e propria strategia professionale; ci vogliono pazienza e dedizione per svilupparla al meglio e per renderla efficace in una carriera in proprio. Come vedremo, anche per dosarla con il buon senso che non per tutti fa parte degli optional (non lo dico per antipatia ma per esperienza: si vedono certi soggetti in giro...)

Quando vogliamo vivere da freelancer, vendiamo il nostro lavoro e cioè la nostra capacità di produrre un bene o un servizio dietro pagamento. Scusate l'intromissione di questo tono da manuale di economia aziendale, ma la mia formazione da ragioniera ogni tanto sgomita per rifarsi viva, rinnegata com'è.
Il fatto è che essere dei buoni Windsor non è affatto facile. Come scrivevo qualche riga sopra, dosare la propria presenza e capire quando è opportuna e quando non lo è, è una raffinatezza che va imparata nel tempo. Qualcuno ci mette di più e qualcuno meno, a seconda delle proprie competenze sociali.

Dove e come esercitarsi con la Mano Windsor

Dal momento che anche i disegnatori più famosi e pluripremiati al mondo vengono ignorati per un giro in carrozza a salutare i fan, potremo esercitarci nella Mano Windsor in altri tipi di occasione (a volte, ci tocca!). Vediamo quali, in ordine rigorosamente sparso:


  • I vernissage - I vernissage sono come Milano: o li ami o li odi. Alcuni di noi non vedono l'ora di indossare l'abito finto-impegnato del proprio guardaroba e di andare a vantarsi dell'ultima grande commissione che gli è stata data. Altri li evitano come la peste. E poi ci sono io, che cerco di andarci con lo spirito di sacrificio e con lo stesso piacere che provo andando dal dentista. Il punto è che è proprio come col dentista: comunque io provo ad andarci, non lo trovo piacevole, ma quando torno sono sollevata e mi ammollo nelle endorfine. L'ideale è andare a un vernissage sapendo che qualcun altro che conosciamo presenzierà. Ma attenzione a non essere chiusi, comunque. Presenziare senza fare la Mano Windsor ha poco senso. Del resto, i vernissage sono fatti proprio per questo: far vedere che si è ancora vivi (nell'ambiente o in generale) salutare, fare qualche chiacchiera insapore e più raramente interessante, scambiarsi pettegolezzi ed andar via. Checché ne dicano i permalosi, i vernissage nascono a questo scopo: di solito le mostre permangono per giorni, settimane o mesi. Quindi, perché affollarsi un'unica sera, almeno che non siano esposte nostre tavole? Di solito per la qualità del buffet non vale la pena di accalcarsi.
    Come usare la Mano Windsor: prima di tutto, se non avete preventivato di togliervi dalla faccia quell'aria di sofferenza (e se siete come me, sarà evidentissima) evitate proprio di presentarvi. Ai vernissage, tutti scoppiano di salute e mostrano vite invidiabili: c'è chi è appena tornato da New York, chi ha appena pubblicato il libro migliore della sua vita, chi si è appena aperto lo studio e chi si lamenta di cose di cui non ci si lamenta, come quanto siano diventati costosi i tavoli da designer ("ma del resto, se vuoi fare le cose per bene..." e quindi comunque se l'è comprato). Sì signori: per fare la Mano Windsor come i Windsor comandano, sarete felici e gioiosi. Non entro nel merito che possa essere giusto o meno. E' semplicemente così: l'angolo della lamentela riservatelo all'uscita con gli amici. Preparatevi qualcosa di carino da dire e se non l'avete, non dite proprio nulla. O limitatevi a dire che state benone e allegate un commento carino (se possibile) su ciò che viene esposto alla mostra. Attenzione alle critiche, invece: se non state parlando con qualcuno che conoscete più che bene, evitate di farne. La figura barbina è sempre dietro l'angolo. Per citare i pinguini di Madagascar: carini e coccolosi.
  • I saloni e le fiere - Qui vi voglio. La Mano Windsor ai saloni e alle fiere è la prima cosa che dovete procurarvi. Infatti, in sua assenza, a poco serviranno il portfolio elegante e preparato con precisione certosina e un paio di scarpe comode. Senza un briciolo di savoir faire, il disegnatore medio, sia egli timido e impacciato sia pieno di sè, risulterà poco convincente. Come usare la Mano Windsor: io abbraccio la soluzione illustrata da Ilaria Urbinati. Se non sapete cosa dire, anche qui, non dite nulla. Non iniziate a sbrodolare osservazioni sul tempo o peggio abbozzare considerazioni malevole su voi stessi o gli altri. In particolar modo, non c'è bisogno di parlare continuamente se vi stanno visionando il portfolio. Non sono mai stata più empatica nei confronti degli art director come quando ho iniziato io stessa a visionare portfolio. Veramente: non lo fate. E quando ci si aggira per i saloni, come per i vernissage, sorridenti e positivi. Andarci con l'aria angosciata e speranzosa fa sembrare un disegnatore un piccolo orfanello in cerca di casa in una Londra vittoriana di Dickens, non un professionista solido. Sembrano scemenze, ma il cervello umano processa questo genere di informazioni non verbali: non crediate che la disperazione non sia visibile agli occhi di un potenziale cliente/datore di lavoro. Usare la Mano Windsor significa rinunciare a far leva sulla pietà! Non ne abbiamo bisogno, giusto?
  • Performance, presentazioni, interviste ed eventi - Potrà capitare di ricevere inviti a partecipare a questo genere di iniziative. Alcuni di noi non vedono l'ora di disegnare davanti al pubblico, o di parlare per radio o di presentare un libro ad una fiera. Altri vorrebbero seppellirsi. Comunque stiano le cose, bisogna sembrare contenti di farlo. Perché qui il nocciolo: fare la Mano Windsor è importante quanto fare dei bei disegni.
    Come fare la Mano Windsor: per prima cosa, non rifiutare questo genere di inviti. Se qualcuno ha chiesto di noi è perché forse tanto incapaci non siamo, o stiamo mettendo per caso in dubbio le sue capacità di discernimento? La seconda cosa è non andarci con l'aria da superstar. Li ho visti i super famosi presenziare a firme e conferenze. E' molto raro che questi personaggi si portino dietro l'allure da divi di Hollywood. E sapete perché? Perché sanno che risulterebbero ridicoli e pomposi. Purtroppo mi è capitato che personaggi meno famosi si siano fatti vivi a questi eventi con un'incrollabile e debordante autostima, tale da sopraffare i presenti. Io resto dell'idea che l'antipatia non paga e che se una persona è competente in ciò che fa non ha nessuna necessità di mettere un muro fra la propria persona e chi si macina chilometri per assistere al suo evento. Per me, meritano il dimenticatoio.
  • Il web: qui vi voglio, parte seconda. Internet ha accorciato le distanze, valorizzato milioni di siti, portfolio, blog, piattaforme (io ne so qualcosa, in effetti) e ciò è bene, davvero, e sembra facile. Il punto è che no, non lo è affatto.
    Come usare la Mano Windsor: paradossalmente è più difficile usarla via web. Non tanto per timidezza quanto per l'esatto fenomeno opposto. Su internet, una gran parte di disegnatori diventano molesti, maleducati, eccessivi e autolesivi. Perchè autolesivi? Perché essere ossessionanti con la promozione online è controproducente. Vi dico la reazione media che suscita il postare su pagine, siti, commenti al blog e sui profili Facebook delle persone i propri lavori (di solito senza nemmeno un ciao, vorremo mica sprecarci). Fastidio.
    Diventare perennemente presenti esaspera il potenziale collaboratore/cliente/collega. Siate educati e mostratevi (realmente!) interessati anche agli altri. Di recente mi è capitato di pubblicare una mia tavola su Facebook (nel tempo lo faccio sempre meno) e di ottenere fra i primi commenti una domanda di stampo "mi serve sapere questa cosa" che nulla aveva a che vedere col mio disegno. E' davvero maleducato, non si fa. Lo stesso mi capita sulla nostra pagina di Roba da Disegnatori. Sotto le immagini di bravissimi autori alcuni commentano con un link al proprio sito o alla propria pagina. Non mi è mai capitato di aprirne uno, anche solo per l'irritazione che mi dà vederlo lì, dove nessuno l'aveva richiesto e dove ci si riveriva alla bravura di un altro artista. Portare rispetto è la vera Mano Windsor, sul web.
    Ma veniamo quindi alle cose che via internet è bene fare: accorgersi degli altri .Valorizzarli. Se vi piace una cosa, fatelo sapere, lasciate un commento al blog o al post su Facebook, al tweet o qualunque altro mezzo di comunicazione sia stato utilizzato. A me è capitato perfino di contattare via email o Twitter degli illustratori, senza volere nulla in cambio: solo per dire loro quanto apprezzo il loro lavoro. Sottolineo che scrivere "Quanto mi piace il tuo lavoro!" solo per abbinarci una richiesta, non vale. Può capitare che si allaccino delle collaborazioni anche così (mi è capitata anche questa) ma non va fatto per questo motivo.


Ricapitolando:

La Mano Windsor è quindi quella sensibilità nel proporsi che cambia il modo in cui gli altri ci vedono e con cui ci proponiamo.
Linee guida generiche per ogni ambito:

  1. Vestirsi a proprio agio. Comodi e decorosi. Non è affatto scontato. Lavoriamo con l'immagine, la maggior parte del tempo con tutoni informi (se lavoriamo da casa: io ho smesso apposta), magari presentiamoci in pubblico con altri capi. Nessuno sembra un professionista indossando  una tuta, a meno che non sia uno spacciatore. Inoltre, se capitate a un vernissage o ad un salone e tutti indossano vestiti carini e poi vi sentite a disagio, non dite che non vi avevo avvertito. E non sono loro a sbagliare, perciò evitate di prenderli in giro o dire che lo fanno per mettervi a disagio, perché sono esattamente entrati nello spirito dell'evento. E voi no. Ci sono delle regole nel gioco, prendetene atto. Anche a me non piace, ma andare al Salone del Libro col maglione infeltrito o la maglia che è rimasta macchiata di cioccolato, e poi dire che gli altri mi fanno sentire a disagio, non è proprio corretto.
  2. CC. Carini e coccolosi. Niente critiche aperte, a meno che non stiate parlando con persone super fidate. 
  3. Se vedete qualcuno dell'ambiente con cui avete già fatto conoscenza, o se un editore con cui avete lavorato è al salone/alla fiera, fatevi vivi e andate a salutare. Questo è proprio il perno della Mano Windsor. Chiaramente, se i rapporti non sono stati piacevoli con il soggetto, la Mano Windsor non prevede che andiate a versare su di esso tutto il vostro rancore. Piuttosto, prescrive la più totale indifferenza. La classe è anche questo.
  4. I biglietti da visita. Abbiatene sempre appresso e non fate i taccagni: mi è capitato di vedere la scena in cui un designer, lamentandosi che stava per esaurirli, ha fatto ricopiare numero di telefono e email sull'agendina ad un potenziale collaboratore. Mai assistito a nulla di più penoso e imbarazzante. Spero che non sia mai più stato richiamato, come minimo.
  5. Divertitevi! No, dico sul serio. Se è vero che gli eventi dove sperimentare la Mano Windsor sono legati al proprio lavoro, ciò non esclude che qualche volta possano essere divertenti e fare sviluppare delle idee innovative e stimolanti. Per me per esempio, la Fiera del Libro di Bologna è un evento molto stressante, ma al tempo stesso constato che tornata a Milano ho sempre la testa piena di nuove idee e progetti. Cercate di prendere da questo tipo di occasioni il più possibile in ogni senso.
Ed ora, il consiglio che secondo me molti sottovaluteranno ma che ritengo il più prezioso.
Ricollegandomi all'articolo di Hamza Khan per 99u
fatevi degli amici, non dei contatti.


Non c'è niente di più sgradevole che avere fra i piedi dei personaggi che si fanno vivi solo quando hanno bisogno di qualcosa e che ti rivolgono la parola solo per ottenere delle informazioni.
Fare network è importantissimo, ma è davvero poco autentico e molto spiacevole basare la propria crescita artistica e professionale sull'attaccarsi ad altre persone.
Per di più, i rapporti autentici pagano. E non lo dico io: lo dice uno come Milton Glaser.
Dalla Mano Windsor ben coltivata nascono collaborazioni e affinità molto fruttuose.
Perché, e qui sta la chiave di una buona Mano Windsor, si è gentili e cordiali con tutti, in quanto interessati anche agli altri, a chi ci sta attorno. Finché non la smetteremo di pensare ad accumulare conoscenze solo per il nostro tornaconto, ci muoveremo e cresceremo davvero poco.
Siate genuinamente curiosi e i rapporti fruttuosi e soddisfacenti arriveranno, e saranno autentici.

Dietro la Mano Windsor ci deve essere una persona, prima che un disegnatore.

La bottega del cigno - Mostra e premiazione vincitori per il concorso "Il primo volo"

Sabato 18 ottobre si apre la mostra "Immagini per sognare" organizzata da La Bottega del Cigno a Noventa Padovana.
La mostra si apre in concomitanza della premiazione dei vincitori del concorso "Il primo volo" per cui sono stata giurata (ora si può dire!).
Io purtroppo non potrò presenziare, ma fra le tavole esposte di noi giurati e dei selezionati ce ne saranno anche tre mie.
Se potete, fateci un salto!
L'invito:


12/ott/2014

Quattro workshop a Lucca Comics 2014

Lucca Junior ci inoltra le sue iniziative nell'ambito di Lucca Comics and Games 2014




A LUCCA JUNIOR 8 WORKSHOP DI ILLUSTRAZIONE E FUMETTO 
PER PROFESSIONISTI E APPASSIONATI

LYRA e Maimeri rivoluzionano l'illustrazione a Lucca Junior e promuovono 8 laboratori (di cui due per le scuole) dedicati all’illustrazione e al fumetto, curati da docenti dell'Associazione Autori Immagini (AI).

I workshop, della durata di 2 ore e aperti al pubblico previa prenotazione, avranno un costo speciale di €7.00 e saranno un’occasione per incontrare illustratori e fumettisti professionisti, carpire i segreti del mestiere, confrontarsi con loro ed imparare ad utilizzare i prodotti e gli strumenti più adatti.

I docenti che guideranno i workshop sono: Benedetta Frezzotti per i laboratori riservati alle scuole, Fabiano Ambu, Sabrina Stefanini e Luca Usai.

Qui sono visionabili i programmi per ogni docente.

L'appuntamento è a Lucca Junior, nella nuova location (ad ingresso gratuito) presso il Family Palace (Ex Real Collegio – P.zza del Collegio - Lucca) dal 30 ottobre al 2 novembre 2014, in occasione di Lucca Comics & Games.

E' necessario prenotarsi per i laboratori entro il 27/10/2014.



11/ott/2014

L'illustrazione come specchio di una o più realtà

Questa mattina ho trovato per caso un'illustrazione di André Carrilho, illustratore di Lisbona che ha già lavorato con Vanity Fair e New Yorker. L'immagine è stata realizzata un po' di tempo fa, ma in questi giorni è divenuta virale (perdonate il gioco di parole).
E'incentrata sull'Ebola, o meglio come i media stanno attualmente trattando la tematica dell'epidemia in Occidente. I nostri media, quelli che pensiamo (spesso erroneamente) ogni giorno ci diano la giusta informazione, attendibile e inconfutabile.

L'immagine di André Carrilho diventata virale sul web

Da sempre chi si occupa di comunicazione sa quante informazioni un'immagine possa passare e, soprattutto, con quale immediatezza ed efficacia. Non è un caso, infatti, se la maggior parte dei magazine e dei quotidiani ricorrono al supporto di illustrazioni concettuali per rafforzare o addirittura arricchire i propri articoli.

Al di là di quanto io trovi  pienamente condivisibile il contenuto della tavola di Carrilho, apprezzo anche la brutalità con la quale ha sottolineato l'informazione superficiale, egoista e sensazionalistica che i nostri media ci propinano puntualmente ad ogni telegiornale ed articolo.
Non penso sia necessario descrivere perchè Carrilho ha fatto un buon lavoro: una buona immagine parla da sè, e non mi piacciono i "critici dell'illustrazione" soprattutto se contemporanea. Li trovo pomposi e ridondanti, perfino inutili visto che l'illustrazione non ha bisogno (anzi: non deve aver bisogno) di intermediari fra l'immagine e il lettore.

Senza soffermarmi sulla questione Ebola, che World Mic ha analizzato proprio partendo dalla tavola di André Carrilho, io da illustratrice ed appassionata di illustrazione ho focalizzato la mia attenzione sull'immenso potere dell'immagine. L'immagine disegnata, intendo: infatti, se così non fosse, nessuna testata giornalistica ricorrerebbe all'illustrazione. Basterebbe qualche fotografia, che spesso è però impersonale davanti ad una tavola illustrata concettuale, alle sue proporzioni, le sue metafore, i suoi colori e la sua espressività derivati da tutta una serie di scelte ben ponderate.
E' quell'illustrazione figlia e diretta discendente di una ricchissima Storia dell'Arte, che fornisce rinnovandosi ciclicamente, gli ingredienti migliori per la lettura di una realtà che muta in modo costante e non è mai uguale a sé stessa.
Immaginate se, invece della tavola di Carrilho, avessero scelto di utilizzare una fotografia con gli stessi soggetti raffigurati, con quell'inquadratura, per esprimere la stessa idea : nonostante tutto non sarebbe la stessa cosa, vero? Non ci fornirebbe la stessa intensità né ci farebbe nascere la stessa riflessione.

Ecco perchè l'illustrazione non costituisce unicamente come molti ancora pensano, un abbellimento. Almeno non sempre: è piuttosto lo specchio della realtà e anzi, di più realtà attorno a noi.