19 feb 2015

Perdersi nel bianco: cinque fotografie d'eccezione

Ultimamente sono molto attratta dalla sintesi; da come un contenuto minimale possa avere un potenziale comunicativo altissimo.
Forse per questo, in un album di fotografia (professionale e amatoriale) che ho visto condiviso su Facebook, ho salvato istintivamente questi scatti, scartando quelli con più elementi ed elaborazioni al loro interno.
Una volta visti sul mio desktop, a colpo d'occhio mi sono resa conto che erano accomunati da una scelta coerente.
Così ho deciso di condividerli sul blog. Non sono bellissimi?
Ne conoscete di simili?


Franz Bogner

Giorgio Dalvit

Oleg Tirkyn

Paul Shmuck

Tom Meier

04 gen 2015

Sulla gavetta: cos'è, cosa non è, come e quando

Ho un tunnel carpale che minaccia di lasciarmi in ritardo sulla consegna, ma questo post mi marcava da un po' e, quando mi hanno fatto vedere l'ennesimo annuncio di "lavoro" non retribuito su realtà dinamiche (ti pareva) e cariche di entusiasmo (vorrei ben vedere visto che non pagano) non ho resistito.
Quando parlo di questo genere di recruitment, e non dico recruitment per fare l'anglofila ma perché assunzione è un termine fuori luogo in questi casi, salta puntualmente fuori qualcuno che chiede: "Evabbè ma da qualche parte bisogna pure iniziare, e allora come faccio a fare gavetta?"

Ed è giustissimo, chi non la fa? Ne sto facendo ancora un mare io dopo 5 anni di attività e c'è gente che si porta avanti lavori di qualità "gavetta" anche dopo che è affermata, se si afferma, perché "sossoldi".



Roman Muradov




Però vanno chiarite alcune cose sulla gavetta. Eccone 3:

1- La gavetta si paga.
Lavorare gratis non è gavetta, è volontariato. E per chi non lo sa, non occorre fare volontariato per infoltire un portfolio lavori.
Ho delle bellissime notizie qui!
Volete fare libri illustrati e vi serve una cartella rimpinguata di fiabe e favole? Aprite un tomo di Andersen o di Esopo, scegliete una storia e sviluppate il vostro progetto libro.
Sognate di illustrare un articolo del New Yorker o del Sole 24 ore o di un magazine di salute e bellezza? Comprateli, analizzateli e provate ad illustrare degli articoli a modo vostro.
Vi state chiedendo come starebbe un vostro pattern su stoffa? Andate su Spoonflower e autoproducetevelo. Avrete sempre dei campioni che vi servono per orientarvi, e una cartella lavori bella cicciotta.
Insomma, non avete bisogno di un committente per ricerca personale, per sperimentare, per imparare. Tant'è che in un portfolio potete ben scriverci la voce"Ricerca personale" come didascalia o come categoria nel vostro sito.
E qualcuno dirà "Ma così nessuno mi ha pagato!" Certo, ma non avrete nemmeno regalato il vostro lavoro.
La gavetta paga poco, ma paga. Altrimenti non è neppure gavetta. Prima leggenda metropolitana smentita.

2-  Prestare lavori già fatti a titolo gratuito non è gavetta. 
Giusto per essere più che precisi sul punto 1. Non riuscirò mai a capire tutta questa smania di regalare le proprie immagini non ad un ente benefico, ma ad attività che lucrano sul lavoro regalato. Ovvero: vendono il tale supporto col lavoro regalato e ci guadagnano, alla faccia sua. Se poi qualcuno vuole regalare il proprio lavoro lo faccia, ma non la chiami gavetta, alimentando il malinteso.

3- Ma allora cos'è la gavetta?
E' un lavoro "sporco", è la marchetta. Qualche esempio di marchetta/gavetta:


  • Il lavoro è carino ma pagano poco. Però pagano. Che è il fattore discriminante fra gavetta e presa in giro.
  • Chiedono di disegnare nel tuo vecchio stile.
    Lo sto facendo: è una rottura, non lo negherò mai. Ma mi paga il prossimo mese di vita, con che coraggio dicevo di no? Magari fra cinquant'anni se sarò ricca e inseguita da mezzo mondo per una pubblicazione potrò rifiutare.
Può capitare di dovere disegnare in uno stile che non ci piace o non fa parte del nostro bagaglio. A discrezione si può rifiutare o accettare (come tutto!). E' quel genere di lavoro che è bene evitare di mettere nel proprio portfolio e che la maggior parte dei disegnatori di professione si guarda bene dallo sventolare ai quattro venti.
Faccio una marea di questi lavori. E non me ne vergogno, perché mi pagano per farli.
E non solo, ma ho scoperto che persino dei colossi di fumetto e illustrazione accettano questo tipo di lavori in tempi di vacche magre. Certo appunto, non si sognano nemmeno di farli vedere in giro. E così tutti pensano che si occupino solo di grandi pubblicazioni con editori strafighi. nota: Diffidate se uno si occupa davvero solo di cose strafighe: o è un colosso mondiale del disegno o qualcuno lo mantiene oppure, come si usava nell'Ottocento, un parente da Madera gli ha intestato un vitalizio.

  • Il lavoro è carino, non pagano in modo infimo, però non è possibile avere il proprio nome sul prodotto o sulla pubblicazione.
    In questo mondo di esibizionisti, ad un disegnatore capita di mettere da parte il suo ego in favore delle bollette e della spesa settimanale. Di fare il colorista ghost, di fare un albo di sticker per cui l'editore se ne frega di citare gli autori, per contratto.


Questi sono esempi di gavetta.
Una realtà frizzante entusiasta e giovane e dinamica che non paga i disegnatori dovrebbe riservare il proprio entusiasmo per prevedere un budget per i propri progetti. Meno dinamicità e più soldini, ragazzi. Avere un'attività commerciale ha i suoi costi. Io pago le tasse e il Mac per lavorare mica me l'hanno regalato.
Lo dico sempre anche ai nostri corsisti: se non ho i soldi per un viaggio, non ci vado. Se non ho i soldi per affittare uno studio, nessuno me lo regala. Non vedo quindi perché io dovrei regalare il mio lavoro.
O perchè dovreste farlo voi.

La dignità delle cose che amiamo siamo noi a costruirla, non ci piove dal cielo. Non aspettiamoci che non ci calpestino se siamo noi a sdraiarci in una strada fin troppo trafficata.

01 gen 2015

12 Cose che ho imparato nel 2014, sul disegno e altro ancora

Ispirata da questo post di Lisa Congdon ho deciso di fermarmi a pensare e farne poi uno tutto mio.
Non credo tanto nei buoni propositi, credo anzi che ogni anno sia più utile fermarsi a pensare in cosa si è cresciuti nei dodici mesi passati. Nel bene e nel male le cose cambiano sotto al nostro naso e ci fanno maturare; a volte duramente ed altre più dolcemente.

Ecco dodici cose che ho imparato nel 2014 come persona e come illustratrice. In rigoroso ordine sparso! Praticamente una al mese... non male!




Il calendario di RDD



1) Il blocco a volte è una parentesi necessaria.
E' uno spazio vuoto in cui anche se non ci accorgiamo, maturano le idee. Bisogna solo rispettarlo senza pretendere di essere invincibili: capita davvero a tutti.
E' duro da affrontare ma in quella durezza nascono nuove soluzioni, la crisi creativa è di solito dovuta a qualcosa che mi rende insoddisfatta. Quando ho capito cosa mi rendeva scontenta ho potuto andare avanti, a piccoli passi, ricominciando. Lo sto ancora facendo.

2) Nel disegno ci vuole sincerità.
Le nostre mani sono il filtro che separa la realtà dai nostri fogli.
Un conto è la fatica nell'apprendere qualcosa di nuovo, un altro è voler essere qualcosa che non si è. Qualche mese fa sono stata ricevuta nella redazione di un magazine di moda.
Non solo non sono stata presa, ma mi è stato consigliato di contattare una redazione più adatta a me. Mi è stato detto letteralmente "Porta il tuo portfolio ad una rivista che compri o a cui ti abboneresti."
L'ho fatto ed oltre ad ottenere un nuovo cliente, poi mi sono davvero abbonata alla rivista. Perché? Per il semplice fatto che mi piace e che evidentemente gli argomenti che tratta sono più vicini al mio modo di sentire e quindi di esprimermi e disegnare!
Nel corso di quest'anno durante i miei workshop mi sono imbattuta spesso in disegnatori che si sforzano di essere presi da qualche editore, disegnando appositamente in un dato modo. Non è questo il meccanismo: bisogna prendere i propri disegni e trovare chi è adatto a pubblicarli. Ho visto portfolio di illustratori per l'infanzia sforzarsi di fare cose macabre e angoscianti e cervellotiche per piacere a tale editore, altri essere grafici perché "il pittorico ormai tira poco". Sono tutte cazzabubbole. La verità è che la sincerità paga sempre. Restate fedeli a voi stessi: non si tratta di disegnare per qualcuno, ma di disegnare e trovare chi è adatto a ciò che facciamo.

3) Non si può fare tutto.
Questo fatico ancora ad accettarlo al cento per cento, ma già avere imparato ad agire di conseguenza ha fatto molto, in questo 2014. Imparare a scegliere fra le cose che mi piacciono è stata dura, è sempre dura. Ma ho iniziato a farlo e sentirmi meno sopraffatta.
A volte semplicemente le cose non partono, non basta il tempo per farle tutte. E sapete cosa? Va bene così. Con questa cosa bisogna farci pace: abbiamo un tempo limitato da vivere, la cosa migliore da fare è usarlo bene (e quindi scegliere in cosa investirlo!).

4) Le storie nel cassetto vanno tirate fuori. Nessuno viene a chiedere di leggerle.
Il 2014 è stato l'anno in cui ho preso il coraggio a due mani e ho inviato qualche storia e un manoscritto. Su tre, due sono piaciuti e uno verrà pubblicato quest'anno.
Per me scrivere è qualcosa di più intimo. Non mi faccio problemi a spedire quintali di email allegando i miei disegni, ma sapeste che paura mi prende quando si tratta di inviare una storia.
Comunque, la paura dell'invio era l'unica cosa che mi separava dal mio primo libro da autrice.
Pensateci sopra, se state facendo lo stesso con i vostri manoscritti. Aprite quel cassetto.

5) Ho imparato che alcune cose non mi piacciono più.
E' un buon segno: i gusti cambiano perché cambiamo noi. Del resto, mica ascoltiamo la stessa musica che ascoltavamo a sedici anni, giusto?
Ci sono argomenti e soluzioni grafiche e decorative che proprio non mi dicono nulla tre anni dopo. Anche alcuni autori che osannavo e prendevo come esempio di bravura, mi sembrano anonimi, come se le loro immagini non parlassero più ai miei occhi. Frilli e pizzetti mi nauseano, e disegno usando delle palette colore limitatissime. Mi accorgo di essere sempre più esigente in ciò che mi piace, compresi naturalmente i miei disegni. Fa parte della crescita; è un processo graduale fino ad un certo punto, quando accade il distacco più netto e quella cosa che ti piaceva un po' meno, la sopporti a stento oppure non la sopporti proprio più. Buonissimo segno! Un disegnatore deve essere un ruscello, sempre fresco. Mai uno stagno.

6) Ho imparato a delegare.
Nel gennaio del 2014, Roba da Disegnatori è diventato Associazione Culturale, fondata con Alessandra ed Edoardo. E' una vera avventura.
La prima cosa che ho imparato, con grandissima fatica, è delegare. Ho imparato a fidarmi, che non tutto può essere sotto il mio strettissimo controllo, che qualche volta possono riuscire cose che non avevo pensato, o esserne ideate di migliori o migliorate, da altre persone. Per natura sono molto individualista; a scuola non ero proprio portata per i lavori di gruppo. Mi sarei sobbarcata tutto per mia stessa volontà affinché tutto riuscisse esattamente come avevo ponderato.
Ma non può essere ogni volta così: anche lavorare in gruppo è importante e così superare i conflitti dovuti al fatto che non pensiamo tutti con la stessa testa.
Imparare a delegare, per me significa poter avere più tempo per altre cose e prima non ci riuscivo mai! 
Ma significa anche qualcosa di più grande e più importante: vuol dire poter essere soddisfatti insieme a qualcun altro, incoraggiarsi quando le cose non vanno come ci si aspettava, avere delle risorse comuni. E dite poco?

7) Ho imparato che la selettività paga. E tanto.
Bisogna essere a volte un po' spietati. Non si può dire di sì a tutti, e con alcune persone proprio non mi trovo.  A volte si è diversi in modo complementare, altre in modo incompatibile.
Con alcuni non nascono simpatia e comunicazione immediata. Quest'anno ho imparato a riconoscere con una scrollata di spalle che tutto sommato non importa.
Sia io che l'associazione abbiamo chiuso in maniera lampo delle situazioni scomode per poi trovarne altre molto più soddisfacenti e stimolanti!
Ho imparato a favorire le simpatie istantanee, a rifuggire dalle antipatie altrettanto istantanee: entrambe hanno sempre dei motivi molto fondati, anche se al momento non capisco il perché.
Non è mio dovere andare d'accordo con tutti, nemmeno se questo significa non avere la loro approvazione. Tutto sommato non ne ho nessun bisogno.

8) Io faccio a modo mio.
Se l'anno scorso ho imparato molto, molto concretamente che non si può piacere a tutti, quest'anno ho imparato a ridimensionare i confronti. Non importa come gli altri fanno le cose. Io le faccio a modo mio.
Confrontarsi troppo può non essere uno sprono, ma guidarci direttamente a lasciar perdere gli obbiettivi. A volte è davvero bene guardare il proprio pratino e chiedere cosa ci si può piantare, senza guardare quello del vicino pensando che il suo sarà più verde o fiorito.

9) Ho imparato che esistono givers e takers: donatori e accettanti.
Per essere qualcuno in grado di dare, ed è una cosa che mi è sempre interessata sopra molto altro, è davvero vitale imparare a prendersi i propri spazi. Ci sono cose che non mi va di dire, non mi va di prestare, di confidare, di regalare. Il 2014 mi ha insegnato a non sentirmi in colpa per questo. Per me essere una buona giver significa riconoscere chi è meritevole di ricevere.
Tutti noi troviamo nella vita persone che non danno nulla ma chiedono tutto: impariamo a dire di no se non vogliamo rimanere senza più nulla da offrire.
E che se un giorno non vogliamo parlare o fare qualcosa per qualcuno, il nostro rifiuto ha tanta dignità quanto la richiesta che ci è stata fatta.

10) La gratitudine.
Se penso a questo 2014 appena passato mi rendo conto che probabilmente il sentimento più forte che ho provato è la gratitudine.
La gratitudine è davvero qualcosa di grandioso: ti entra negli occhi, abbagliandoli e scende giù nella pancia e te la riempie tutta. Non dipende da te, perciò è un sentimento umile e nobile, ti dà fiducia e ti fa sentire amato.
Non che prima fossi un'ingrata, ma questi dodici mesi passati mi hanno insegnato che davvero, a volte ti viene dato qualcosa senza nessun secondo fine e tutto quello che devi fare è accettarlo e dire grazie. Grazie per una scatola di cioccolatini, grazie perché quando tutto mi sembra perso un'amica sta con me due ore al telefono e mi convince a non mollare, grazie per un corso gratuito, grazie perché ho un compagno di viaggio strepitoso, grazie perché arrivo per un workshop e scopro che mi hanno preparato delle focaccine tipiche, grazie perché una persona appena conosciuta all'estero mi ha portata in un posto che volevo visitare quando non avevo i soldi per farlo, grazie perché una persona mi ha ceduto la sua casa per fare le vacanze, il suo giardino profumato dagli alberi di limone.
Non è il regalo, è la sensazione che resta dentro.


11) Fidarmi dell'imperfezione del disegno 
e del margine di imprevedibilità del disegno tradizionale.
Nell'imperfezione c'è vita. Quest'anno ho ripreso a tenere davvero uno sketchbook. Ci disegno con le matite, coi pennarelli, con la fusaggine, con la grafite, coi pastelli. Quando una linea non è perfetta e non mi regala compiacimento cerco di vederla nella sua vitalità. Forse quella rotondità non è pefetta ma l'idea si è impressa sul foglio.
Mi era mancato tanto il rapporto fisico con i miei disegni.
Non credo farò mai degli schizzi digitali, ora meno che mai.


12) Ho imparato a scommettere su me stessa.
Quest'anno per la prima volta ho lavorato in studio fuori casa, ho stampato delle cartoline promozionali, sono diventata a tutti gli effetti una piccola imprenditrice autonoma. E' un'ansia pazzesca, non lo negherò mai, ma sentivo di dover uscire dalla mia zona di comfort.
E se andrà male saprò di averci provato!


Buon 2015!

17 dic 2014

Story&Character Masterclass con Pixar a Roma




Posti limitati per la masterclass+workshop Pixar (organizzato da BlueShuttle) sullo storyboarding e il character design che si terranno a Roma fra il 20 e il 22 marzo 2015.
Si preannuncia una primavera davvero succosa!

Tutte le info qui.


Matthew Luhn Story Workshop from Matthew Luhn on Vimeo.